I ragazzi di via Buonarroti 29

I ragazzi di via Buonarroti 29

martedì 29 settembre 2015

In ricordo di Lucia Ottobrini.


Cara Lucia, questo è il discorso che ho scritto per te e che avrei dovuto leggere questa mattina. Purtroppo non è stato possibile. L'uomo è quello che è, e tu lo sai molto bene. Comunque penso ti farà piacere che tutti i nostri amici lo leggano. Un forte abbraccio. Massimo Sestili

In questo momento per tutti noi così doloroso si intrecciano nella mia mente tanti piccoli ricordi delle ore trascorse a casa di Lucia e Mario. Di Lucia ho sempre amato l'eleganza, i modi garbati, la gentilezza, il timbro della sua voce così bassa e così incisiva, ho amato la sua generosità e il suo sorriso.
Ho potuto apprezzare Lucia moglie piena di premure nei confronti di Mario, Lucia madre che mi parlava dei suoi figli e Lucia combattente e in tutti questi ruoli così importanti ha sempre mostrato insieme alla generosità delle qualità straordinarie e una forza morale fuori dal comune.
Ricordo che una volta mi chiese a cosa stessi lavorando e quando le risposi agli scritti di Zola sull'affaire Dreyfus, immediatamente si mise a parlare in francese, una lingua che parlava perfettamente. Ne nacque una discussione, lei con il suo francese perfetto, io con il mio francese un po' sgangherato, che mi fece capire tante cose su Mulhouse e l'Alsazia.
In questa regione di frontiera, sempre contesa da Francia e Germania, Lucia ha vissuto per 15 anni. A Mulhouse è cresciuta in un ambiente socialmente povero,  formato perlopiù da minatori e operai, che le ha consentito di conoscere lo sfruttamento, la  miseria, le ingiustizie. Tuttavia, era un ambiente cosmopolita e multietnico, dove convivevano la cultura e la religione ebraica, protestante e cattolica. In un clima di tolleranza religiosa e di solidi legami affettivi, la cattolica Lucia si è fortemente legata all’ambiente ebraico. Come lei stessa disse in un'intervista: «La mia migliore compagna di scuola era polacca, e per qualche tempo frequentai un doposcuola ebraico. Un giorno il rabbino mi pose la mano sul capo e mi benedisse. Non ho mai dimenticato quel gesto, da allora ho sempre amato gli ebrei, la loro dolcezza e saggezza». Esperienze e parole profonde che delineano gli aspetti più importanti di una personalità complessa ed evidenziano come la tolleranza, l'amore per l'umanità, la comprensione l'accettazione e il rispetto dell'altro nella sua diversità siano stati i valori ed i sentimenti che l'hanno guidata per l'intera vita.
Poi vennero i giorni bui e amari con la deportazione di ben nove familiari ebrei nei campi di sterminio. Auschwitz entrò con violenza nella vita di Lucia lacerando il suo vissuto di adolescente: tutto un mondo di legami affettivi familiari, di amicizie, di studi, crollava improvvisamente e irreparabilmente e nella sua mente rimarrà scolpito il ricordo dei simboli delle SS naziste.
I coniugi Ottobrini, con al seguito ben nove figli, decisero nel ‘40 di rientrare a Roma dove venne loro assegnata una casa popolare nella borgata di Primavalle. Nella remota borgata romana Lucia conosce la fame e la miseria vere e per aiutare la famiglia si impiega all’Ufficio Valori del Tesoro. Per la famiglia Ottobrini sono anni terribili: ora Lucia, che aveva già sperimentato la ferocia nazista, poteva toccare con mano i risultati delle leggi razziali e della guerra volute dal fascismo.
Nel gennaio del ‘43 conosce Mario Fiorentini. Come lei stessa ha affermato è stata «una fiammata che non si è mai spenta né attenuata». Lucia entra in contatto con l’ambiente intellettuale e antifascista romano. Per lei, così giovane e sensibile alle ingiustizie, è l’inizio di un importante impegno politico e culturale. Ottiene il suo primo incarico politico nella raccolta di materiale per i detenuti e, contemporaneamente, insieme a Mario, si dedica al teatro civile con i  migliori attori e registi della nuova generazione. Lucia ha sempre ricordato questi primi mesi del ‘43 come un periodo felice.
Tuttavia questo periodo di impegno culturale doveva presto fare i conti con l’incalzare della storia e il 10 settembre sono di nuovo insieme, mano nella mano, ad osservare i carri armati tedeschi che sfilavano per via del Tritone: in quel momento decisero insieme di passare all'azione e alla fine di ottobre del ’43 sono già attivi nel primo GAP Centrale ‘Antonio Gramsci’.
Quando si conobbero, Lucia aveva 19 e Mario 25 anni, e da allora hanno condiviso un profondo rapporto d’amore. Insieme hanno dichiarato guerra alla guerra, condiviso ansie, paure, malattie e fame nei lunghi e duri sette mesi di guerriglia urbana nella Roma di Kappler e Kesselring. Sono rimasti sempre insieme, mano nella mano. Giovani generosi e pieni di prospettive, innamorati ma costantemente in bilico tra la vita e la morte, hanno accettato la terribile idea di poter morire in uno scontro armato. Roma, dominata da un sentimento di paura che effondeva un cupo grigiore, custodiva come un bene prezioso per l’avvenire il loro amore e il loro sguardo sorridente e fiducioso.
Ad accomunarli ora c'era anche l'esperienza della deportazione degli ebrei: il 16 ottobre i genitori di Mario vennero prelevati da via Capo le Case 18 per essere trasportati a via della Lungara, luogo di raccolta dei razziati. Per una serie di circostanze fortunose i coniugi Fiorentini si salvarono dalla deportazione e dalla sicura morte, ma anche Mario non scorderà mai il verde marcio delle divise dei soldati che prelevarono i suoi genitori.
Lucia Ottobrini nel maggio del ’44 operava come partigiana, insieme a Mario Fiorentini, sulla via Tiburtina, nella zona di Tivoli.
Da Castel Madama e Tivoli, spesso Lucia si recava a piedi a Roma per mantenere i contatti con il comando regionale, o per trasportare delle armi. Chilometri e chilometri attraverso la campagna romana percorsi da sola con pesanti carichi, spesso mitragliata dagli aerei Alleati e costretta a ripararsi tra i solchi naturali del terreno o a dover sfuggire terrorizzata ai bombardamenti. Erano per lei momenti di disperante abbandono che superava aggrappandosi all’idea che presto tutto sarebbe finito. Paure e fatiche che con il passare degli anni si trasformeranno in incubi. Ricorda Lucia: «Ancora oggi durante le sere di maggio, quando il cielo è sereno mi sembra di risentire il rombo dei bombardieri».
Quando Lucia partiva in missione, il momento del distacco da Mario era sempre penoso, aggiungeva apprensione alla stanchezza fisica accumulata nei mesi di guerra. Poi l’ansiosa attesa del ritorno, la speranza di riabbracciarsi ancora una volta per continuare una storia d’amore che caparbiamente si opponeva ai simboli di morte, alle distruzioni della guerra, al dolore per il sangue versato da tanti giovani compagni di lotta, a cui si aggiungeva il dolore non meno intenso per la morte procurata ad altri giovani anche se nemici.
In una di quelle missioni un giorno Lucia incrociò a distanza una colonna di soldati tedeschi che cantavano: «Una volta scoppiai in lacrime quando sentii dei giovanissimi soldati che cantavano un nostalgico “Andiamo a casa, dove staremo bene” nella loro lingua, che io parlavo e capivo, era un inno che avevo sentito cantare in Alsazia». Quel canto in tedesco le risvegliò improvvisamente un’antica nostalgia per la Francia, solo momentaneamente assopita dalla tensione e dalla stanchezza. In Alsazia aveva lasciato i suoi gioiosi ricordi di bambina e adolescente, gli amici, gli ebrei che l’avevano educata alla tolleranza, i minatori piegati dalla stanchezza che morivano per un salario di fame.
Quel canto le risvegliò la pietas che aveva dovuto allontanare da sé con violenza durante i mesi di guerra. Una parentesi, ma pur sempre lunga per una ragazza animata da un forte cristianesimo, in cui le era stato impossibile portare con sé il Vangelo. Una sorta di sdoppiamento della personalità doloroso quanto necessario, vissuto al tempo stesso come una violenta costrizione e come una liberazione, che turberà non poco i pensieri di Lucia negli anni a venire. Di quei drammatici momenti in cui doveva dimenticare il suo Gesù rimane la lapidaria riflessione di Lucia stessa: «Durante la resistenza pensavo: è come se trasgredissi, mi vergognavo di rivolgermi a Lui. È stato un periodo diverso. Se ci ripenso dico, ma che stranezza, ma ero proprio io questa? ».
E ancora Lucia ricorda lo sdoppiamento vissuto in un'altra intervista: «Spesso mi sento come se la Lucia di quegli anni fosse stata un’altra. E invece no, quella ero io. E il coraggio per fare certe cose si doveva avere per forza».
Lucia, nella sua riservatezza, ha parlato poco rispetto ad altri dei mesi della Resistenza. Impegnata con il lavoro e la famiglia ha rilasciato solo poche interviste. E tuttavia le sue riflessioni, per chi vuole comprenderle, rimangono le più profonde, le più importanti, perché vanno ben aldilà del contesto storico che le ha generate. Lucia dalla sua esperienza trae conclusioni universali, valide per l'umanità intera. Voglio citare solo due di queste fondamentali riflessioni; quando dice: «Per me anche un nemico era un uomo»; e ancora: «Non mi sento innocente, nessuno è innocente e nessuno può darsi a colpevole». In queste due riflessioni è contenuta tutta la profondità di una donna straordinaria.
Un giorno, in uno dei suoi lunghi viaggi a piedi verso Roma, Lucia arrivò più provata del solito e con i piedi sanguinanti. Antonello Trombadori, prese un catino d’acqua, si inginocchiò, le lavò i piedi e le medicò le ferite.  Come in un dipinto del Caravaggio, quei corpi segnati dalla sofferenza trovarono un momento di sollievo in un silenzio spirituale che ricomponeva lo strazio dei nove tragici mesi dell’occupazione nazista. Il dolore per la morti subite e provocate veniva lavato e curato mentre su Roma sorgeva nuovamente il sole.
Il 5 giugno ‘44 l’esercito tedesco lasciava Roma e al suo seguito se ne andavano verso Nord anche le bande di fascisti che avevano insanguinato la città. Di nuovo Mario poteva aprire su Roma il suo sorriso e Lucia con i suoi dolci occhi neri riabbracciare la vita.
Ecco, in questo momento così doloroso, vorrei fermare l'attenzione di tutti e ricordare insieme a voi il sorriso di Lucia e Mario, la dolcezza degli occhi di Lucia e il suo amore per la vita nella certezza che c'è sempre un domani migliore.



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