I ragazzi di via Buonarroti 29

I ragazzi di via Buonarroti 29

domenica 27 settembre 2015

E' morta la partigiana gappista romana Lucia Ottobrini.



Voglio ricordare, in un momento così triste per me, l'amica e madre Lucia Ottobrini, scomparsa ieri, con un mio articolo che pubblicai su Patria Indipendente.


Lucia Ottobrini
Con il Vangelo nel cuore
di Massimo Sestili

Nata a Roma il 2 ottobre del 1924, seconda di nove figli, Lucia Ottobrini è vissuta a Mulhouse in Alsazia fino all’età di 15 anni, città dove i genitori si erano trasferiti quando lei aveva ancora cinque mesi. I bisnonni materni si erano insediati nella industriale e ricca città alsaziana alla fine dell’Ottocento e lì avevano impiantato una solida attività commerciale. A Mulhouse Lucia è cresciuta a contatto con un ambiente socialmente povero, formato perlopiù da minatori e operai, che le ha consentito di conoscere lo sfruttamento, la miseria, le ingiustizie. Tuttavia, era un ambiente cosmopolita e multietnico, dove convivevano la cultura e la religione ebraica, protestante e cattolica. In un clima di tolleranza religiosa e di solidi legami affettivi, la cattolica Lucia si è fortemente legata all’ambiente ebraico: «La mia migliore compagna di scuola era polacca, e per qualche tempo frequentai un doposcuola ebraico. Un giorno il rabbino mi pose la mano sul capo e mi benedisse. Non ho mai dimenticato quel gesto, da allora ho sempre amato gli ebrei, la loro dolcezza e saggezza» (Partigiani a Roma).
Il padre Francesco faceva il carpentiere e la madre, Domenica De Nicola, apparteneva a un’agiata e numerosa famiglia di commercianti, per cui la famiglia Ottobrini conduceva una vita più che dignitosa. Poi con l’occupazione dell’Alsazia da parte dell’esercito tedesco, nove persone della famiglia di origine ebraica vennero prelevate e deportate nei campi di sterminio dove hanno trovato la morte. Auschwitz entrò con violenza nella vita di Lucia lacerando il suo vissuto di adolescente: tutto un mondo di legami affettivi familiari, di amicizie, di studi, crollava improvvisamente e irreparabilmente e nella sua mente rimarrà scolpito il ricordo dei simboli delle SS naziste. La scelta antifascista di Lucia poteva ormai dirsi compiuta e definitiva.
La guerra e la caccia all’ebreo oltre ad aver smembrato la famiglia la ridussero in povertà, e i coniugi Ottobrini, con al seguito ben nove figli, decisero nel ‘40 di rientrare a Roma dove venne loro assegnata una casa popolare nella borgata di Primavalle, da poco costruita dal regime fascista per dare un alloggio a molti degli sfrattati in seguito agli sventramenti del centro storico. Nella remota borgata romana Lucia conosce la fame e la miseria vere e per aiutare la famiglia si impiega all’Ufficio Valori del Tesoro. Per la famiglia Ottobrini sono anni terribili: ora Lucia, che aveva già sperimentato la ferocia nazista, poteva toccare con mano i risultati delle leggi razziali e della guerra volute dal fascismo.
Improvvisamente uno spiraglio: nel gennaio del ‘43 conosce Mario Fiorentini, «una fiammata che non si è mai spenta né attenuata», e finalmente Lucia può entrare in contatto con l’ambiente intellettuale e antifascista romano. Per lei, così giovane e sensibile alle ingiustizie, è l’inizio di un importante impegno politico e culturale. Insieme a Laura Lombardo Radice ottiene il suo primo incarico politico nella raccolta di materiale per i detenuti e, contemporaneamente, insieme a Mario, si dedica al teatro civile con i migliori attori e registi della nuova generazione. Lucia ricorda questi primi mesi del ‘43 come un periodo felice:
«Quello fu un periodo splendido, Mario e Plinio De Martiis avevano formato una compagnia teatrale che doveva far conoscere gli “autori classici del teatro di prosa al popolo, evitando le rappresentazioni degli autori cosiddetti borghesi”. Ciò doveva avvenire nei cinema di periferia, in modo da raggiungere un pubblico popolare fino ad allora escluso dal teatro. Iniziammo dal cinema Mazzini ma avemmo subito delle difficoltà finanziarie; né il proletariato né il ceto medio corse ai nostri spettacoli. Attori e registi si ridussero la paga e qualcuno rinunciò. Facemmo una sola rappresentazione al Teatro delle Arti. Avevamo progettato che Gasmann saltasse sopra un tavolo e cantasse l’Internazionale in francese. I registi della nostra compagnia erano Luigi Squarzina, Adolfo Celi, Gerardo Guerrieri, Vito Pandolfi, Mario Landi, gli attori erano Gasmann, (stupendo per la sua classe, il suo ardore, la sua cultura), Lea Padovani... e tanti altri. Ho dimenticato molti nomi, ma erano tutti giovani, entusiasti e antifascisti» (Partigiani a Roma).
Lucia e Mario provenivano da ambienti sociali e culturali del tutto diversi e questo ha permesso loro di completarsi a vicenda. Mario era un intellettuale cresciuto nel centro storico di Roma negli anni del fascismo, una città ministeriale e non industrializzata, quindi aveva una scarsa conoscenza dei conflitti sociali; al contrario Lucia conosceva molto bene la condizione operaia con il suo carico di sfruttamento: entrambi avevano conosciuto sulla propria pelle il dramma dell’antisemitismo. Infatti Pacifico Fiorentini, padre di Mario, era un ebreo, e insieme alla moglie Maria Moscatelli, il 16 ottobre ’43, giorno della razzia degli ebrei romani, vennero prelevati da via Capo le Case 18 per essere trasportati a via della Lungara, luogo di raccolta dei razziati. Per una serie di circostanze fortunose i coniugi Fiorentini si salvarono dalla deportazione e dalla sicura morte, ma Mario non scorderà mai il verde marcio delle divise dei soldati che prelevarono i genitori. Li incontrerà di nuovo a via Rasella il 23 marzo 1944.
Tuttavia questo periodo di impegno culturale doveva presto fare i conti con l’incalzare della storia: prima la caduta del fascismo il 25 luglio ‘43, poi l’armistizio dell’8 settembre e la battaglia per Roma con l’occupazione tedesca, costringono Lucia e Mario, insieme a tanti altri loro compagni, a prendere la decisione di passare all’azione.
Ricorda Mario: «Il 10 settembre io e Lucia eravamo qui in via Zucchelli e vediamo i carri armati tedeschi risalire via del Tritone in direzione di piazza Barberini. Io prendo la mano di Lucia e le dico: Nous sommes dans un cul-de-sac. In quel preciso istante abbiamo capito che bisognava agire e in fretta. Quei carri armati ci fecero pensare alla occupazione della Francia, alla terribile sfilata trionfale agli Champs-Elysées. Perché la Francia è la seconda patria di Lucia. Siamo immediatamente partiti alla ricerca di armi».
Alla fine di ottobre del ’43 sono già attivi nel primo GAP Centrale ‘Antonio Gramsci’, di cui Mario Fiorentini, ‘Giovanni’, è il comandante, e Lucia Ottobrini, ‘Maria’, la vicecomandante. Sono stati la prima coppia di gappisti: poi verranno Rosario Bentivegna e Carla Capponi del ‘Carlo Pisicane; Franco Calamandrei e Maria Teresa Regard del ‘Gastone Sozzi’; Ernesto Borghesi e Marisa Musu del ‘Giuseppe Garibaldi’.
Quando si conobbero, Lucia aveva 19 e Mario 25 anni, e da allora hanno condiviso un profondo rapporto d’amore. Insieme hanno dichiarato guerra alla guerra, condotto pericolose azioni armate contro i nazifascisti, condiviso ansie, paure, malattie e fame nei lunghi e duri sette mesi di guerriglia urbana nella Roma di Kappler e Kesselring. Braccati dalle SS e dalla banda fascista del tenente Pietro Koch, sono rimasti sempre insieme, mano nella mano. Giovani generosi e pieni di prospettive, innamorati ma costantemente in bilico tra la vita e la morte, hanno accettato la terribile idea di poter morire in uno scontro armato. Roma, dominata da un sentimento di paura che effondeva un cupo grigiore, custodiva come un bene prezioso per l’avvenire il loro amore e il loro sguardo sorridente e fiducioso.
Lucia Ottobrini nel maggio del ’44 operava come partigiana, insieme a Mario Fiorentini, sulla via Tiburtina, nella zona di Tivoli. La guerriglia dei GAP Centrali, dopo la battaglia di via Rasella, la successiva delazione di Guglielmo Blasi, che fece arrestare quasi al completo la rete dei gappisti di Carlo Salinari e Franco Calamandrei, e la pressione anglo-americana sul fronte di Anzio, era ormai terminata. Così alcuni gappisti vennero inviati dal comando regionale sulle principali vie consolari con l’ordine di attaccare l’esercito tedesco in ritirata verso Nord. Lo scopo di questa diversa dislocazione dei gappisti sul campo di battaglia era quello di formare e guidare nuove formazioni partigiane per cooperare all’avanzata dell’esercito Alleato in direzione di Roma.
Abituati a combattere la guerriglia urbana in una città a loro familiare con azioni fulminee e immediata ritirata nei nascondigli situati nei palazzi del centro storico, ora i gappisti combattevano in un territorio a loro sconosciuto in una guerra di montagna a cui non erano stati addestrati. Costretti a ripararsi in rifugi improvvisati come grotte o casolari abbandonati dai contadini dopo i bombardamenti, con scarsi rifornimenti alimentari, dotati di un armamento leggero non adeguato per attaccare intere colonne di militari tedeschi che si aprivano la strada con i carri armati, i gappisti continuavano comunque la guerra contro i nazifascisti.
Da Castel Madama e Tivoli, spesso Lucia costeggiando la via Empolitana si recava a piedi a Roma per mantenere i contatti con il comando regionale, o per trasportare delle armi. Chilometri e chilometri attraverso la campagna romana percorsi da sola con pesanti carichi, spesso mitragliata dagli aerei Alleati e costretta a ripararsi tra i solchi naturali del terreno o a dover sfuggire terrorizzata ai bombardamenti. Erano per lei momenti di disperante abbandono che superava aggrappandosi all’idea che presto tutto sarebbe finito. Paure e fatiche che con il passare degli anni si trasformeranno in incubi: «Ancora oggi durante le sere di maggio, quando il cielo è sereno mi sembra di risentire il rombo dei bombardieri» (C. De Simone).
Quando partiva in missione, il momento del distacco da Mario era sempre penoso, aggiungeva apprensione alla stanchezza fisica accumulata nei mesi di guerra. Poi l’ansiosa attesa del ritorno, la speranza di riabbracciarsi ancora una volta per continuare una storia d’amore che caparbiamente si opponeva ai simboli di morte delle divise dei nazifascisti, alle distruzioni della guerra, al dolore per il sangue versato da tanti giovani compagni di lotta, a cui si aggiungeva il dolore non meno intenso per la morte procurata ad altri giovani anche se nemici.
In una di quelle missioni un giorno Lucia incrociò a distanza una colonna di soldati tedeschi che cantavano: «Una volta scoppiai in lacrime quando sentii dei giovanissimi soldati che cantavano un nostalgico “Andiamo a casa, dove staremo bene” nella loro lingua, che io parlavo e capivo, era un inno che avevo sentito cantare in Alsazia» (Partigiani a Roma). Quel canto in tedesco le risvegliò improvvisamente un’antica nostalgia per la Francia, solo momentaneamente assopita dalla tensione e dalla stanchezza. In Alsazia aveva lasciato i suoi gioiosi ricordi di bambina e adolescente, gli amici, gli ebrei che l’avevano educata alla tolleranza, i minatori piegati dalla stanchezza che morivano per un salario di fame quando non si suicidavano per la disperazione.
Quel canto le risvegliò la pietas che aveva dovuto allontanare da sé con violenza durante i mesi di guerra. Una parentesi, ma pur sempre lunga per una ragazza animata da un forte cristianesimo, in cui le era stato impossibile portare con sé il Vangelo mentre impugnava la pistola. Una sorta di sdoppiamento della personalità doloroso quanto necessario, vissuto al tempo stesso come una violenta costrizione e come una liberazione, che turberà non poco i pensieri di Lucia negli anni a venire. Di quei drammatici momenti in cui doveva dimenticare il suo Gesù rimane la lapidaria riflessione di Lucia stessa: «Durante la resistenza pensavo: è come se trasgredissi, mi vergognavo di rivolgermi a Lui. È stato un periodo diverso. Se ci ripenso dico, ma che stranezza, ma ero proprio io questa? » (A. Portelli). E ancora ricorda lo sdoppiamento vissuto in una intervista rilasciata a C. De Simone: «Una volta, insieme a Mario, Sasà e Carla andiamo a fare un’azione in via Veneto. Era inverno. Verso le sette di sera. Pioveva. Il nostro obiettivo era un ufficiale nazista. Camminava per la strada da solo scendendo verso piazza Barberini. Era bello, elegante nella sua divisa di pelle nera. Avanzava felice e baldanzoso con una borsa in mano. Forse era appena arrivato a Roma ed era contento. Ci avviciniamo armati di pistola. Tutti e quattro. Per primi premiamo il grilletto io e Mario. Le nostre armi, succedeva spesso, non funzionano. Intervengono Sasà e Carla. Sparano. Il nazista, ferito a morte, si mette a urlare. Tutte le finestre si aprono. Poi i battenti si richiudono in fretta mentre noi ci mischiavamo tra la gente. Se ci ripenso risento ancora le parole di quell’uomo che chiedeva aiuto, disperato. Una cosa tremenda. Signore benedetto! Con gli anni me lo sono chiesta tante volte. Ma ero io quella che sparava a sangue freddo? Che lasciava che un uomo, anche se un nemico, un tedesco, morisse per la strada sotto la pioggia? Spesso mi sento come se la Lucia di quegli anni fosse stata un’altra. E invece no, quella ero io. E il coraggio per fare certe cose si doveva avere per forza».
In uno di quei viaggi, Lucia arrivò a Roma più provata del solito e con i piedi sanguinanti. Antonello Trombadori, fondatore e comandante dei GAP, prese un catino d’acqua, si inginocchiò, le lavò i piedi e le medicò le ferite. Come in un dipinto del Caravaggio, quei corpi segnati dalla sofferenza trovarono un momento di sollievo in un silenzio spirituale che ricomponeva lo strazio dei nove tragici mesi dell’occupazione nazista. Il dolore per la morti subite e provocate veniva lavato e curato mentre su Roma sorgeva nuovamente il sole.
Il 5 giugno ‘44 l’esercito tedesco lasciava Roma e al suo seguito se ne andavano verso Nord anche le bande di fascisti che avevano insanguinato la città. Di nuovo Mario poteva aprire su Roma il suo sorriso e Lucia con i suoi dolci occhi neri riabbracciare la vita.

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