I ragazzi di via Buonarroti 29

I ragazzi di via Buonarroti 29

mercoledì 27 marzo 2013

Livio Pepino - Andreotti, la mafia, i processi. Una recensione di Massimo Sestili del 2006; un nuovo contributo alla polemica in corso tra Gian Carlo Caselli e Pietro Grasso dopo la sentenza di condanna a sette anni di Marcello Dell'Utri.

Pubblicata su Stilos Anno VIII n.6 14-27 marzo 2006, e riproposta il 17 luglio 2009 su questo Blog, anche questa recensione mi sembra tornata di grande attualità, come, quando si parla di mafia in Italia da due secoli ad oggi. Spero che possa essere utile al dibattito in corso, per tanti aspetti inquietante, e che possa contribuire a risvegliare la memoria di un paese che sembra aver completamente perso la bussola.

EGA Edizioni 2005

Un romanzo nero che rattrappisce le ossa e il sangue
di Massimo Sestili
Con queste parole Corrado Stajano commentava la sentenza-ordinanza 8 novembre 1985 dell’ufficio istruzione di Palermo nel ‘maxiprocesso’ alla mafia istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: “Un romanzo nero che rattrappisce le ossa e gela il sangue, questa ordinanza-sentenza sulla mafia […]. Si legge la sentenza con angoscia profonda, con sofferenza, con vergogna anche, se si pensa ai distinguo intellettuali di quanti sono stati pronti in questi anni ad assolvere i governanti ritenendoli vittime della mafia e non, piuttosto, protettori, complici, responsabili oggettivi, e in alcuni casi soggettivi, di una situazione intollerabile”.
E ancora oggi ‘angoscia’, ‘sofferenza’ e ‘vergogna’ ci assalgono, rischiando di trascinarci in un vortice di pessimismo e senso di impotenza, di fronte alla seria puntuale e intelligente ricostruzione del processo Andreotti fatta da Livio Pepino nel suo ultimo libro Andreotti. La mafia. I processi (EGA Editore, € 12,00). Tuttavia, la rabbia e l’innocenza dei ragazzi di Locri sono un monito a reagire, una raffica di aria fresca e pulita che ci obbliga a continuare, guidati anche dal caparbio ‘ottimismo’ di Paolo Borsellino, nella lotta e nella ‘rivolta morale’ contro la mafia. Come il Cavaliere di Dürer, imperturbabili continuiamo il nostro cammino verso la cittadella della libertà e della democrazia ignorando la Morte e il Diavolo, coscienti che alla mafia non si possono fare sconti e che non possiamo arretrare di un solo millimetro.
Ma seguiamo questo ‘romanzo nero’ che ci viene (ri)proposto da Livio Pepino a partire dalla sentenza del 2 maggio 2003 della Corte d’appello di Palermo, dove si parla esplicitamente “di amichevoli e anche dirette relazioni del sen. Andreotti con gli esponenti di spicco della cosiddetta ala moderata di Cosa nostra; di rapporti di scambio che dette amichevoli relazioni hanno determinato; della palesata disponibilità e il manifestato buon apprezzamento del ruolo dei mafiosi da parte dell’imputato; della travagliata, ma non per questo meno sintomatica ai fini che qui interessano, interazione dell’imputato con i mafiosi nella vicenda Mattarella”. Inoltre si afferma che “i fatti che la Corte ha ritenuto provati dicono che il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss”; e conclude: “dovendo esprimere una valutazione giuridica sugli stessi fatti, la Corte ritiene che essi non possano interpretarsi come una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma indichino una vera e propria partecipazione alla associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo”.
Queste sono le conclusioni a cui è giunta la Corte d’appello dopo un processo durato ben dodici anni, e dichiara estinto per prescrizione il reato di associazione per delinquere commesso fino al 1980 e per il periodo successivo conferma l’assoluzione pronunciata in primo grado dal Tribunale di Palermo con sentenza 23 ottobre 1999 ‘per insufficienza della prova sulla commissione del fatto’. La successiva sentenza della Corte di cassazione 15 ottobre 2004 ha osservato che ‘esausitività, razionalità e consequenzialità delle argomentazioni rendono la sentenza d’appello non censurabile in sede di legittimità’. Se le parole hanno ancora un senso, prescrizione non vuol dire innocenza, ma estinzione di un reato comunque commesso, che nel caso specifico è partecipazione ad associazione mafiosa.
Tuttavia, pur trovandoci di fronte ad una sentenza considerata ‘esaustiva’ ‘razionale’ e ‘consequenziale’, l’accusa nei confronti del sen. Andreotti è stata giudicata da più parti scandalosa e inverosimile. In particolare l’attenzione mediatica si è concentrata esclusivamente sulla testimonianza del collaboratore di giustizia Baldassarre (Balduccio) Di Maggio (autista di Totò Riina) il quale dichiarava che nel 1987 in casa di Ignazio Salvo, presente anche Lima, avvenne un incontro tra il sen. Andreotti e il capo di Cosa nostra Riina, e che nell’occasione i due si baciarono. Afferma Livio Pepino in proposito: “L’inverosimiglianza (reale o presunta) della dichiarazione, trasformata in dogma, travolge tutto e diventa prova di innocenza, da un lato, e di complotto, dall’altro”.
Ad essere considerata inverosimile è la possibilità che un uomo delle istituzioni, ed in più dell’importanza del sen. Andreotti, possa avere intrattenuto rapporti con la mafia. Livio Pepino, attraverso un’accurata documentazione e un’analisi puntuale e articolata, affronta il problema del rapporto diretto tra mafia e classe dirigente del Paese, e si chiede se questo rapporto sia o no verosimile.
Da sempre la mafia tende ad instaurare un rapporto diretto e paritario con la politica e non mancano inchieste e sentenze a conferma di questa semplice verità storica. Sin dal 1876, l’inchiesta condotta da Franchetti e Sonnino sulle Condizioni politiche e amministrative della Sicilia evidenziava questa particolarità della mafia; così come ne è una conferma l’uccisione di Emanuele Notarbartolo (1893), per cui vengono prima condannati e poi assolti l’onorevole Palizzolo e il mafioso Giuseppe Fontana.
Ma per rimanere più vicini nel tempo, Livio Pepino ricorda la sentenza della Corte di Assise di Viterbo del 1956 contro la banda Giuliano per la strage di Portella delle Ginestre, dove si affermava: “Il problema dell’attività della mafia è diventato sempre più un problema di importanza nazionale, non soltanto in organi di potere pubblico, ma soprattutto per le sempre più estese e forti correlazioni che il fenomeno ha stabilito con i centri economici e politici della vita nazionale e per i rapporti che sono stati accertati in campo internazionale”; o ancora, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia, VI legislatura, nella relazione del presidente on. Luigi Carraro 4 febbraio 1976, parlava di “pericolose collusioni” e “connivenze mafiose”.
Le conclusioni sono presto tratte: “In sintesi la mafia è un intreccio, una costellazione in cui coesistono e si relazionano personaggi di estrazione sociale, livello culturale, immagine esterna eterogenei. E ciò contribuisce a renderla non uno strumento ma una componente del potere”. L’accusa nei confronti del sen. Andreotti di ‘partecipazione alla associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo’, oltre che confermata dai riscontri processuali e dalla sentenza, è dunque verosimile anche dal punto di vista storico. Ad inquietare sono piuttosto gli imbarazzanti silenzi della politica, che non ha perso occasione per scatenare l’ennesima crociata contro la magistratura gridando alla persecuzione.
Diversamente, all’estero, ci ricorda Livio Pepino, sono stati espressi ben altri giudizi, come nel caso di J. Dickie: “È fonte di profonde preoccupazioni per le sorti della democrazia in Italia il fatto che per tanto tempo tanti elettori si siano affidati a un uomo sul quale già prima che fosse messo sotto processo gravava il forte sospetto di utilizzare la mafia, nel solco della tradizione, come uno strumento di governo locale. Agli occhi di quanti guardano alla politica italiana da fuori della penisola, appare stupefacente che tanti uomini politici si affannino tuttora a proclamare ‘zio Giulio’ un ‘martire’ della persecuzione giudiziaria”.
Il lavoro di Livio Pepino è un contributo di enorme valore per far si che questa angosciante vicenda non cada nel dimenticatoio, ed uno stimolo alla politica ad interrogarsi sul passato e sul presente, per evitare che il ‘romanzo nero’ si trasformi in un incubo mortale per la democrazia.

Massimo Sestili

Nessun commento: