I ragazzi di via Buonarroti 29

I ragazzi di via Buonarroti 29

sabato 23 marzo 2013

Gian Carlo Caselli: Un magistrato fuori legge. Una recensione di Massimo Sestili del 2006; un contributo alla polemica in corso tra Marco Travaglio e Pietro Grasso.


Questa recensione al libro di Gian Carlo Caselli, Un magistrato fuori legge, la pubblicai su "Stilos", A. VIII, N.12, nel giugno 2006 e l'ho riproposta su questo blog il 9 luglio 2009. L'ho riletta in queste ultime ore dopo la polemica che è esplosa tra Marco Travaglio e il presidente del Senato Pietro Grasso e mi è apparsa ancora attuale, se non altro perché può apportare un contributo di conoscenza dell'uomo, oltre che del magistrato, Gian Carlo Caselli.
Non mi azzardo ad entrare nella polemica. I temi sollevati sono molto delicati e complessi, quindi è meglio tacere quando non si hanno sufficienti informazioni. E così spero che facciano anche gli altri. Ma, si sa, il nostro è un paese dove spesso si parla a sproposito, e quindi mi aspetto che molti salgano in cattedra a pontificare su questioni che conoscono per sentito dire.
Qualcuno si chiederà sbalordito: ma cosa c'entra Gian Carlo Caselli con la polemica tra Travaglio e Grasso?. E' uno dei nodi della querelle: l'elezione a Procuratore Nazionale antimafia.
Personalmente auspico che i pochi lettori di questo blog si comprino il libro e lo leggano.


Melampo Editore 2005

Un magistrato Fuori Legge
di Massimo Sestili

Un magistrato fuori legge è un libro autobiografico che ripercorre le varie tappe della carriera di un magistrato sempre in prima linea nella difesa della legalità: prima contro le Brigate Rosse e, successivamente, contro la mafia. Tuttavia non è assolutamente un libro autocelebrativo, ma una riflessione amara sulle menzogne che vengono distillate con tale cura e perizia, tanto da apparire come verità apodittiche, è un grido di dolore e di indignazione che si trasforma in rabbia nel constatare il quotidiano occultamento della verità.
Mario Portanova, giornalista di «Diario» che ha raccolto la luminosa testimonianza di queste pagine, racconta nella sua nota al testo che Caselli tiene incorniciata nel suo studio la celebre epigrafe di Piero Calamandrei sulla resistenza: “Lo avrai camerata Kesselring il monumento che pretendi da noi italiani ma con che pietra si costruirà a deciderlo tocca a noi…”.
Calamandrei, uno dei padri della nostra Costituzione, compare nelle riflessioni di Caselli come un punto di riferimento imprescindibile della sua formazione, un maestro. Ed accanto al suo nome appaiono il magistrato Marco Ramat, Danilo Dolci, Alessandro Galante Garrone, Giuseppe Dossetti, Norberto Bobbio, Luigi Ciotti e Antonino Caponnetto, intellettuali che hanno profondamente segnato il percorso umano e professionale di Caselli e che sono una preziosa testimonianza del suo attaccamento ai valori della Costituzione, della democrazia, della legalità e della giustizia sociale.
Ma come può un magistrato che presenta questa carta d’identità essere posto fuori legge? Intelligente e preziosa metafora sulla nostra condizione, che richiama l’altra lungimirante metafora di Leonardo Sciascia che, nel suo Il cavaliere e la morte, fa aggirare il Vice come uno spettro tra l’immondizia alla ricerca di brandelli di verità.
Tutto ha inizio dal ribaltamento della verità sulla sentenza emessa nei confronti del senatore Giulio Andreotti, portato in giudizio da Caselli. La risposta dei poteri, una volta occulti, oggi ostentatamente visibili e arroganti nel loro perseguire la menzogna, è stata chiara: “Sono l’unico magistrato italiano al quale il Parlamento ha dedicato espressamente una legge. Una legge contra personam che mi ha espropriato di un diritto: quello di concorrere, alla pari con altri colleghi, alla carica di Procuratore nazionale antimafia. Autorevoli esponenti del centrodestra hanno chiarito pubblicamente che la mia esclusione era da intendersi come un “risarcimento” al senatore a vita Giulio Andreotti, da me ingiustamente “perseguitato” con l’inchiesta aperta nei suoi confronti quando ero Procuratore capo a Palermo”. Eppure le motivazioni della sentenza della Corte d’appello su Andreotti parlano chiaro: “Sintetizzando una motivazione che si sviluppa per oltre 1500 pagine, si sostiene che l’imputato «con la sua condotta (… non meramente fittizia) ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale e arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi».”
Ma ad affermarsi non sono i fatti accertati e le chiare motivazioni di una sentenza che nessuno legge; malgrado la Corte d’appello dichiari estinto per prescrizione il reato di associazione per delinquere commesso fino al 1980, i più si affannano  ad imporre una menzogna, una impostura, e cioè che il senatore Andreotti è innocente.
Affermata l’impostura, come inquisizione insegna, si prepara l’auto da fè, una lunga processione fatta di insulti e attacchi personali, che Caselli minuziosamente elenca, mentre il boia prepara il rogo per annientare l’eretico: l’eresia è di aver tentato di sciogliere il nodo dei rapporti tra mafia e politica, di aver mirato a svelare il livello delle complicità e collusioni che consentono alla mafia di sopravvivere e prosperare. La lezione che ne trae è terrificante: “La verità è che nel nostro paese troppa legalità e troppa giustizia danno l’orticaria”, ed è per questo motivo che il magistrato libero e onesto rischia di scontrarsi con determinati interessi.
Massimo Sestili

Nessun commento: