I ragazzi di via Buonarroti 29

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domenica 11 novembre 2012

Il J'accuse di Zola: quando la parola diventa una costante. Marina Donato con la collaborazione di Massimo Sestili.


Quando la parola diventa una costante

di Donato-Sestili

Ed è volontariamente che mi espongo. Quanto alle persone che accuso, non le conosco, non le ho mai viste, e non nutro contro di esse né rancore né odio. Per me sono soltanto entità e spiriti di malvagità sociale. E l’atto che compio oggi non è che un mezzo rivoluzionario per sollecitare l’esplosione della verità e della giustizia. Non ho che una passione, quella della chiarezza, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto ad essere felice.

Contro ogni retorica, mi piace ricondurre la splendida forza intrinseca di queste “parole” , al sinonimo di “scelta” : quell’azione che da sempre implica conseguenze e responsabilità : c’è chi sceglie elevandosi al di là del muro,  diventando dunque  scelta, e chi invece preferisce non elevarsi, restando così parte passiva della scelta.
Chi preferisce essere dunque azione e chi preferisce essere vittima delle propria non- azione.
Le ormai famose parole, tratte dal “J’ Accuse” di Emile Zola, ed edite oggi dalla casa Editrice  La Giuntina con “L’Affaire Dreyfus. La verità in cammino”, sono diventate nel tempo una costante per la loro forza emotiva e per la loro ricerca spasmodica e costante della giustizia, una ricerca che non si arresta alla sola vicenda storica, ma che con l’attualizzarsi e il perdurare dell’attualità della vicenda nel tempo, ha fatto sì che queste parole, da forza divenissero costante.
Ma cosa ha fatto sì che queste parole diventassero una costante per gli animi e per il tempo?
Abbiamo rivolto la  domanda a Massimo Sestili, che oltre ad analizzare dettagliatamente la vicenda, che tutti grosso modo conoscono o dovrebbero conoscere, ci spiega perché bisogna leggere ancora oggi gli scritti civili di Zola.
La condanna del capitano Alfred Dreyfus, ebreo alsaziano, accusato di aver venduto alla nemica Germania dei documenti militari segreti riguardanti l’esercito francese, trovò stranamente tutti d’accordo. La turbolenta Terza Repubblica francese, nata dalle ceneri di Sedan e dalla fine ingloriosa del piccolo Napoleone III, poteva finalmente trovare un attimo di pace sociale e politica.
Un ebreo era stato condannato per un atroce delitto, il traditore ebreo aveva venduto la Francia e il popolo francese al suo nemico, e tanto bastava per giustificare Sedan, per tornare ad osannare l’esercito, per ritrovare un minimo di spirito nazionale tra le forze politiche e per rilanciare su vasta scala una poderosa campagna antisemita. Tutti tacevano, soddisfatti per la felice soluzione. Quanto al fatto che il processo fosse stato celebrato a porte chiuse e che all'imputato e alla difesa fosse stato impedito di accedere ai documenti processuali, nessuno aveva niente da dire: una sentenza votata all’unanimità da un Consiglio di Guerra non si poteva mettere in discussione, con buona pace per le regole del diritto.
Il primo a raccogliere le prove che in realtà si era trattato di un processo politico, e quindi dell’ennesimo uso politico della giustizia, è stato l'intellettuale anarchico di origine ebraica Bernard Lazare, il quale tra tante difficoltà riusciva ad informare Émile Zola dell’aberrante verità. E’ la scelta di mettere al corrente proprio Zola di quanto accaduto non fu certo casuale.
Zola altre volte, nella sua lunga carriera di scrittore, aveva abbandonato la letteratura per interessarsi a temi civili con articoli apparsi sul quotidiano «Le Figaro»; scritti polemici che avevano suscitato nel paese forti polemiche. D’altronde il carattere dell’uomo non permetteva grandi mediazioni: Zola era energico nella difesa delle sue ragioni e di fronte a palesi ingiustizie non risparmiava nessuno. Il primato della Verità e della Giustizia non era in alcun modo mediabile. Questa era stata la lezione di Voltaire con l’affaire Calas o di Hugo con il suo Napoleone il piccolo, e a questa tradizione illuminista Zola apparteneva a pieno titolo.
Venuto a conoscenza delle irregolarità processuali e dell'infondatezza delle accuse nei confronti di Dreyfus, Zola riusciva a trasformare un caso giudiziario in un affaire politico, accusando con articoli feroci il movimento antisemita e la stampa che appoggiava, con bassezze inaudite, la più infamante delle menzogne per un paese che pretendeva di essere il faro della civiltà europea.
Zola in questa lunga e pericolosa campagna non ha mai piegato la schiena, ed inizialmente in piena solitudine, poi con una vasto movimento, ha fatto trionfare la Verità e la Giustizia. Il suo J’accuse, pubblicato il 13 gennaio 1898 sul quotidiano «L’Aurore», è stato giustamente definito il più grande atto rivoluzionario del secolo, perché è riuscito con la sola forza della verità e della ragione, a rovesciare le sorti della Terza Repubblica.
Quella di Zola è una lezione di stringente attualità. Il presente non è meno angosciante di quello della Francia di fine ottocento, e non solo per l’amministrazione della giustizia, dove i casi di errori giudiziari non sono certamente in diminuzione. Sussulti antisemiti, o più in generale razzisti e xenofobi, fanno parte della quotidianità. Episodi apparentemente marginali ma che non vanno sottovalutati. La stampa, a parte qualche rara eccezione, offre un panorama tutt’altro che plurale dell'informazione. Quanto agli intellettuali, sono talmente rari, che scovarli e sentire la loro voce è impresa impossibile.
In fondo l’attualità di questi scritti di Zola, il motivo per cui vale la pena leggerli, risiede proprio nella forza e nello slancio che sanno ancora imprimere soprattutto in momenti di difficoltà, quando tutto sembra perduto. Di fronte ad un presente così angosciante, questi scritti sono una boccata d’ossigeno per una democrazia che segnali sempre più inquietanti mostrano in crisi se non moribonda.
Dunque, dal  punto di vista ideologico, in questo caso non esiste un confine mentale tra ciò che era e quello che attualmente è, perché quello che era è diventato un “presente passato”.
Buona lettura e riflessione.


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