I ragazzi di via Buonarroti 29

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giovedì 1 novembre 2012

David Bidussa: L'Italia spaventata di oggi rischia un suo affaire Dreyfus. Linkiesta 19-11-2011. Recensione al volume curato da Massimo Sestili, Emile Zola, L'Affaire Dreyfus, Giuntina, 2011.


L'Italia spaventata di oggi rischia un suo affaire Dreyfus

di David Bidussa

L’editore Giuntina ha mandato in libreria in questi giorni una raccolta di scritti di Emile Zola sull’Affaire Dreyfus (L’affare Dreyfus. La verità in cammino, a cura di Massimo Sestili, Giuntina, € 9.90 e con una prefazione appassionata di Roberto Saviano).
La storia è abbastanza nota, ma vale la pena ripercorrerla in due parole.
Nel 1894 Alfred Dreyfus, un ufficiale ebreo impiegato presso il Ministero della Guerra, fu accusato di aver rivelato segreti relativi alla difesa all’addetto militare tedesco a Parigi. Arrestato in ottobre, dopo un giudizio sommario Dreyfus fu degradato e condannato alla deportazione a vita nell’Isola del Diavolo (Guyana francese).
Zola nel suo intervento più famoso – dal titolo J’accuse pubblicato in questa raccolta per la prima volta integralmente così come lo aveva concepito il suo autore, insieme ad altri testi che segnano il suo impegno per la verità, indica con nome e cognome i responsabili della condanna di un innocente firmando una delle più grandi requisitorie contro la ragion di Stato che siano mai state pronunciate. Una denuncia che rimarrà nella storia, da un lato per la forza e il coraggio che esprime nel voler difendere i valori di giustizia e di libertà e, dall’altro, per il richiamo al principio di responsabilità degli intellettuali.
Perché la pubblicazione di questo libro costituisce un fatto rilevante? Non perché quel caso giudiziario sia rimasto avvolto nel mistero – com’è noto Dreyfus fu poi, anche in seguito all’impegno di Zola e di molti altri intellettuali, scagionato reintegrato nel suon grado, e i colpevoli condannati – ma perché il comportamento dell’opinione pubblica intorno a quel caso e le convinzioni – più spesso i pregiudizi che ebbero larga diffusione nella Francia di quegli anni – sono un campanello d’allarme per l’Italia di oggi.
Da una parte sta il pregiudizio rispetto all’attività e all’amministrazione della giustizia, che andava superato sfidando l'amministrazione della giustizia "a rendere giustizia" per davvero. Scrive Zola nelle righe finali di J’accuse: «…mi espongo deliberatamente. Quanto alle persone che accuso, non le conosco, non le ho mai viste, non nutro nei loro confronti, né rancore né odio. Sono per me solo semplici entità, delle menti socialmente perniciose. E l’atto che qui compio è soltanto un mezzo per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia. Sono mosso da un’unica passione: quella di far luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia protesta appassionata non è che il grido della mia anima. Si osi dunque tradurmi davanti alla corte d’assise, e che l’inchiesta abbia luogo alla luce del sole! Aspetto».
Dall’altra parte, quella posizione pubblica aveva il merito di dichiarare apertamente che dietro l’antisemitismo delle piazze, dietro la mobilitazione per la Francia, stava la convinzione che la nazione dovesse mobilitarsi e riscattarsi dalla sudditanza a poteri stranieri che si era convinti decidessero delle sorti del Paese. In breve si trattava, secondo Zola, di far aprire gli occhi a chi, credendo di amare il proprio paese, anzi dichiarando l'amore per il proprio paese il principio guida del proprio credo, in realtà calpestava i diritti fondamentali su cui quel paese era cresciuto negli ultimi cento anni, ovvero lo deprimeva.
In politica, come nella vita privata – amare smisuratamente qualcuno o qualcosa – o almeno fondare il proprio agire su una dichiarazione di amore assoluto - non indica essere i paladini della libertà. Al contrario. Così va il mondo, o, almeno, così andava alla fine del secolo decimonono.


Linkiesta 19 novembre 2011

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