I ragazzi di via Buonarroti 29

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mercoledì 31 ottobre 2012

Roberto Saviano: Zola, perché il "J'Accuse" è ancora un modello. La Repubblica 18-11-2011. Dalla Prefazione al volume curato da Massimo Sestili, Emile Zola, L'affaire Dreyfus, Giuntina, 2011.


Zola, perché il suo "j'accuse" è ancora un modello.

 di ROBERTO SAVIANO


Torna "L'affaire Dreyfus", il celebre pamphlet del romanziere francese, atto di nascita dell'impegno intellettuale. Il simbolo di chi sposa una causa giusta rinunciando alla serenità e alla tranquillità. Per la prima volta la stampa ha un peso dirompente sull'opinione pubblica europea. Ancora attuale.

 

 

Nei momenti insopportabili del quotidiano, quando le notizie ti raggiungono come prova oggettiva dell'impossibilità di poter vivere in un paese giusto, quando ti accorgi che la soluzione adottata dai più è abbandonarsi al livore o alla rassegnazione, ci sono pensieri che riescono a concedere una possibilità di soluzione. Qualcosa in più di un semplice conforto. Così almeno è per me. Queste pagine di Émile Zola, che dopo molti anni tornano a essere pubblicate in Italia, sono una sorta di preghiera, versi che reciti in silenzio, a mente, che la memoria ti restituisce proprio quando servono a confortarti e non perdono bellezza mai, anche a ripeterli infinite volte.
"Ed è volontariamente che mi espongo. Quanto alle persone che accuso, non le conosco, non le ho mai viste, e non nutro contro di esse né rancore né odio. Per me sono soltanto entità e spiriti di malvagità sociale. E l'atto che compio oggi non è che un mezzo rivoluzionario per sollecitare l'esplosione della verità e della giustizia. Non ho che una passione, quella della chiarezza, in nome dell'umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto ad essere felice".
Queste parole di Zola sono una carica esplosiva montata negli interstizi di ogni scritto letterario, di ogni pagina di narrativa, sono oramai nel dna di ogni scrittore. Dopo queste sue parole, si è potuto non condividere, ma non ignorare. Il J'accuse di Zola è protesta infiammata, grido dell'anima che attraverso il dramma di Alfred Dreyfus racconta l'agonizzante democrazia francese, vessata da guerre tra poteri e preda di corruzione diffusa, nel tentativo disperato di sottrarre la giovane Repubblica a una fine precoce. Al principio Zola, come ogni scrittore, è sedotto dalle vicende umane, pronte per divenire palcoscenico di storie nei suoi libri. Ma mentre si trova a Roma a raccogliere informazioni per il secondo romanzo della trilogia Les trois villes, qualcosa entra nel suo corpo, tormentandolo.
Quel qualcosa, come il contagio di una malattia, come una febbre improvvisa, è la vicenda del capitano Dreyfus. Rientrato in patria, scrive il J'accuse perché l'affaire è molto più di un caso giudiziario: è un punto di svolta. Zola intuisce che se la vicenda non arriva alle persone, se non entra nei dibattiti  -  a tavola mentre si mangia, mentre si è in fila per entrare in fabbrica, quando ci si saluta e si commentano le ultime notizie  -  l'intero architrave della Repubblica francese è destinato a crollare nel silenzio omertoso e colpevole di una gigantesca ingiustizia realizzata come il più ovvio degli accadimenti. Come un temporale, un nubifragio, come l'ennesimo evento della nostra vita. Zola, invece, comprende le potenzialità comunicative di ciò che sta accadendo: per la prima volta in Europa la carta stampata ha un peso dirompente nell'orientamento dell'opinione pubblica e per la prima volta gli intellettuali, uniti, si schierano in difesa dei diritti umani. Per la prima volta le parole dei romanzi, i tratti dei dipinti, le note degli spartiti, il marmo delle sculture, le formule dei chimici diventano scudi in difesa dell'uomo, del diritto e della democrazia.
Dopo la condanna di Dreyfus, la sua famiglia con l'aiuto di alcuni  -  pochi  -  intellettuali francesi, si mobilita per cercare di riaprire il processo, ma la svolta arriva, inattesa, solo con la pubblicazione del J'accuse di Zola: un attacco frontale contro esercito e politica. Un testo breve e conciso che ripercorre la vicenda di Dreyfus, individua responsabilità e omissioni, con nomi e cognomi. E la risposta non si fa attendere: il potere politico-militare, a dimostrazione della sua forza, decide di perseguire Zola che viene condannato per vilipendio delle forze armate al massimo della pena, un anno di carcere, e a una multa di 3000 franchi. Zola decide per l'esilio a Londra, ma la breccia è aperta e tutto precipita: il ministro della Guerra Cavaignac è costretto ad arrestare il colonnello Henry, che aveva fabbricato le false prove a carico di Dreyfus. Dopo la confessione, Henry si uccide in carcere e la Corte di Cassazione accoglie la richiesta di revisione del processo a carico di Dreyfus perché risulta evidente che l'affaire non è stato un errore giudiziario, ma una macchinazione ordita per trovare un capro espiatorio.
Nel 1899 inizia il secondo processo a Dreyfus, ma il tribunale di guerra lo dichiara nuovamente colpevole di tradimento e lo condanna a dieci anni di lavori forzati. L'indignazione generale porta alla concessione della grazia: Dreyfus fu costretto a scegliere tra la verità e scontare la condanna da innocente all'inferno o la menzogna, cioè ammettere come propria una colpa non commessa, e chiedere di riavere la libertà per invecchiare in pace. Scelse la seconda strada, deludendo molti suoi sostenitori, ma riebbe la vita e la possibilità di rivedere la sua famiglia. Scrisse una lettera al presidente della Repubblica Loubet in cui ammetteva la propria colpevolezza e chiedeva la grazia. Dopo questo triste epilogo, in Francia si tentò di nascondere, smussare, dimenticare, insabbiare. A dicembre del 1900 viene concessa l'amnistia per tutti i reati commessi in relazione all'affaire. Zola è amnistiato, ma lo sono anche tutti i militari coinvolti benché colpevoli. A luglio del 1906 la Corte di Cassazione annulla la sentenza e Dreyfus viene reintegrato nell'esercito. Morirà nel 1935 e, cosa davvero incredibile per la democrazia francese, solo nel 1995  -  60 anni dopo!  -  l'esercito francese ammetterà definitivamente la sua innocenza.
Esistono storie, come questa, che quando le incontri non puoi più cacciarle da te.
Émile Zola mi ha insegnato che quando una storia ti entra dentro, tutto cambia. E non puoi riferirla, raccontarla, scriverne senza che i tuoi lettori sappiano tu da che parte stai. Ma allo stesso tempo capita che prendere posizione non sia facile. A volte equivale a eccitare la bestia che d'ora in poi guarderà te, per colpirti in maniera esemplare e dissuadere chiunque voglia seguire il tuo esempio. E la linea che separa uno scrittore da un intellettuale sta proprio qua: nella consapevolezza che la scrittura debba essere difesa dell'uomo. Che scrivere sia lo sforzo estremo, spesso vano ma necessario, di sottrarre un'era alla barbarie.
Émile Zola è diventato il simbolo dell'intellettuale che ha rinunciato consapevolmente alla tranquillità, alla serenità della sua famiglia  -  infangata con metodi che in Italia conosciamo bene  -  e alla sua stessa vita, finita in circostanze ancora non chiare. Dopo di lui è stato normale, quasi ovvio, per gli artisti, per gli intellettuali di tutto il mondo unirsi per difendere cause che meritassero attenzione, impegno, luce. Una prassi consueta, solita, ormai diffusissima ma che a inaugurare  -  con una potenza per l'epoca dirompente  -  fu proprio Zola.
Se chi mi legge non conosce ancora il J'accuse, che non aspetti tempo e non lo perda ancora con me leggendomi. Vada a quelle parole che, necessarie per Dreyfus e la Francia, lo divengono universalmente per chiunque sconti l'aggressione del potere. Perché anche le nostre notti non siano "ossessionate dallo spettro dell'innocente che espia laggiù, tra le più atroci torture, un crimine che non ha commesso". 
la Repubblica, 18 novembre 2011. 

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