I ragazzi di via Buonarroti 29

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domenica 24 giugno 2012

Marco Dotti: L'inchiostro dell'odio dirà la verità. Recensione a Bernard Lazare, Contro l'antisemitismo, a cura di Massimo Sestili, Datanews, 2004. Il Manifesto 17-10-2004.




Il Manifesto, domenica 17 ottobre 2004 (p.12)
Bernard Lazare
L'inchiostro dell'odio dirà la verità
di Marco Dotti

«L'odio è santo», dichiarava Émile Zola. Trenta anni dopo le parole che, nel 1866, lo scrittore aveva posto a introduzione di Mes haines, toccò a un giovane, temuto, critico letterario che rispondeva al nome di Bernard Lazare raccogliere il testimone e ribadire che «in letteratura, così come in politica e nell'arte, l'odio è una passione originaria e indispensabile». Nell'esercizio critico, rimarcava Lazare, l'intransigenza, più che una regola aurea o una virtù, è una necessità vitale e un'esigenza etica. «Conciso fino a essere lapidario, severo fino al crudele» - Lazare, stando a quanto scriveva, nell'aprile del 1897 - Léon Blum, «fu il primo della sua generazione a conferire un certo colore alla critica». Il lapsus di Blum, che parlava del trentaduenne Lazare al passato, apparve già allora indicativo della precoce, e sottile, rimozione ideologica che di lì a poco sarebbe stata riservata all'opera dello scrittore ebreo. Alla fine del 1896, infatti, la sua visibilità giornalistica cominciò a offuscarsi e il suo nome, pronunciato ormai sottovoce, diventò fonte di imbarazzo, più che di timore. Non erano piaciuti né i toni, a dire poco accesi, usati nel corso di una polemica contro l'antisemita Edouard Drumont, né la sua ricognizione, ritenuta troppo anarchica e libertaria, della questione ebraica.


Autore di racconti improntati al fiabesco, infine Lazare si sarebbe ritrovato, ancora una volta, dalla parte di Zola, in difesa di Dreyfus. Profondamente impegnato nella demolizione dell'affaire, intraprese allora una capillare attività di contro-informazione per provare, oltre all'innocenza del militare accusato di collaborazionismo, come il clima d'odio che si stava diffondendo non fosse slegato dalla crescente paura dello straniero ritenuto causa - come scriveva Maurice Barrès in una serie di articoli, di imbarazzante attualità, titolati Contre l'étranger - della corruzione dei costumi, del crollo demografico e del deperimento fisico del «genio» francese. Ebrei, stranieri, e anarchici. Perché se il 1894 si era chiuso con la condanna dell'ufficiale ebreo, a inaugurarlo erano stati i processi sommari e il ghigliottinamento di Auguste Vaillat, responsabile di un attentato dinamitardo contro la Camera dei deputati, e di Italo Caserio, che a Lione aveva pugnalato il Presidente della Repubblica Carnot. Frutto del nuovo impegno di Lazare furono, tra gli altri, libri che non mancarono di suscitare interesse e scalpore come Contre l'antisémitisme, un volumetto di novantasei pagine, pubblicato nel 1896.
Integrato da una utilissima appendice di testimonianze e documenti, il volume è ora proposto, a cura di Massimo Sestilida Datanews (Contro l'antisemitismo, 2004, pp. 174, euro 11,36), e costituisce una delle migliori occasioni offerte al lettore italiano per accostarsi, senza troppi imbarazzi o reticenze, alla figura, all'opera e all'impegno parimenti complessi di Lazare. In seguito alla sua morte prematura, a soli trentanove anni, Charles Péguy tracciò un profilo lucido e appassionato di quello che considerava «tra i più grandi profeti d'Israele». «Uno dei documenti più spaventosi dell'ingratitudine umana» - confessava Péguy - «fu il trattamento riservato a Lazare subito dopo il lancio ed il trionfo apparente, il falso trionfo del Dreyfus». Il suo «disconoscimento totale, l'oscurità, la solitudine, il disprezzo in cui lo si lasciò cadere, in cui lo si fece cadere, in cui lo si fece perire. Era già morto prima di morire. Sembrava che avessero vergogna di lui. Ma avevano vergogna di se stessi di fronte a lui».
Il 27 giugno 1903, poco prima di sottoporsi all'operazione chirurgica che gli sarebbe stata fatale, Lazare depositò le sue disposizioni testamentarie presso un notaio parigino. Vissuto in povertà, non aveva soldi da lasciare alla moglie, ma ugualmente confessò di aver custodito, per molto tempo, un segreto. «Da dieci anni», vi si legge, «lavoro ad un libro sugli ebrei il cui titolo deve essere Le Fumier de Job. Credo che se uno dei miei amici volesse prendere i miei appunti, potrebbe trarne un volume di riflessioni essenziali sugli ebrei, sulla loro storia, sulla loro mentalità, sulla loro filosofia. Sarebbe il ricordo più bello che potrebbero fare alla mia memoria».
Il volume fu pubblicato, in versione ridotta, solo nell'ottobre del 1928. Da poche settimane, con il titolo Il letame di Giobbe, il libro è finalmente disponibile in lingua italiana (trad. Annamaria Carenzi, con un saggio di Hannah Arendt, Medusa, 2004, 125 pagine, 13 euro). Un testo bellissimo, da leggere sottotraccia, segnato da uno stile frammentario, lucido e caustico nell'analisi, rigoroso nella forma, in cui Lazare sembra aver portato a compimento l'abilità di cesellare, senza mai sovradeterminarle, parole e immagini. Libro denso e tagliente, scritto guardando dal basso, dallo sterco su cui giace Giobbe, l'atroce spettacolo di tempi dominati da odio e paura, e tutto quanto «giorno dopo giorno sfiora la pelle, rendendo l'ebreo un animale nevrastenico, logorandone il cuore se è un tipo sensibile, acuendone il disprezzo se è un intellettuale, risvegliandone il desiderio di violenza o vendetta se è un sanguigno». «Il letame di Giobbe», scriveva Lazare, «sarà il fiore del mio spirito, la mia carne, il mio sangue». Fu la sua ultima diserzione.

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