I ragazzi di via Buonarroti 29

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sabato 21 aprile 2012

Giovanni Agnoloni intervista Massimo Sestili, Giuseppe Panella e Nunzio Festa sul romanzo di Jules Verne Un dramma in Livonia.

Giovanni Agnoloni in una lunga intervista discute con Massimo Sestili , Giuseppe Panella e Nunzio Festa, del romanzo di Jules Verne Un dramma in Livonia.

“Un dramma in Livonia”, di Jules Verne (a cura di Giuseppe Panella e Massimo Sestili) Altrimedia Edizioni, € 16,00

Un dramma in Livonia: un inedito di Jules Verne (Nantes, 1828- Amiens, 1905), l’autore de “Il giro del mondo in 80 giorni” e “Ventimila leghe sotto i mari”. Un libro del 1904, che non conoscevamo e che ci può sorprendere. È edito da un piccolo editore, Altrimedia Edizioni, che balza all’attenzione generale con una pubblicazione di qualità. Il tutto a cura e per la traduzione di due professori e scrittori, Massimo Sestili (docente presso una Scuola Media Superiore di Roma) e il “nostro” Giuseppe Panella (che insegna alla Normale di Pisa).
Quale miglior occasione per una chiacchierata in compagnia, o se vogliamo un’“intervista di gruppo”, neanche fossimo in videoconferenza?
Metto prima di tutto un breve estratto, dall’inizio dell’opera. Il romanzo tocca una vicenda che ha per protagonista Dimitri Nicolef, un sostenitore delpanslavismo, il movimento culturale ottocentesco che, sulla scia degli ideali romantici, propugnava una presa di coscienza dei popoli slavi circa le proprie radici comuni, al fine di creare un unico stato slavo. Una falsa accusa di omicidio e un complotto creano le premesse per una vicenda avventurosa e tinta di dramma. Ce n’è abbastanza per lasciarsi coinvolgere, tra investigazione e un retrogusto di storia che risente molto della tristemente nota vicenda dell’affaire Dreyfus, svoltasi tra il 1894 e il 1906.

Ecco l’inizio del libro:
“L’uomo era solo nella notte. Si muoveva come un lupo tra i blocchi di ghiaccio ammassati dal freddo di un lungo inverno. I suoi pantaloni foderati, il suo khalot, sorta di caffettano ruvido di pelo di vacca, il suo berretto con i paraorecchie ripiegati non lo riparavano che insufficientemente dalla tramontana. Dolorose screpolature spaccavano le sue labbra e le sue mani. La stretta del dolore da congelamento gli stringeva
l’estremità delle dita. Camminava attraverso un’oscurità profonda, sotto un cielo basso dove le nuvole minacciavano di aprirsi in neve, benché si fosse ormai ai primi giorni di aprile, anche se all’alta latitudine
di cinquantotto gradi. Si ostinava a non fermarsi: temeva che, dopo una sosta, non sarebbe riuscito a riprendere la marcia.
Verso le undici di sera si fermò comunque. Non fu perché le gambe si rifiutavano di camminare, né perché gli mancava il fiato, né perché stava soccombendo alla fatica. La sua energia fisica valeva la sua energia morale. E con voce forte, con un inesprimibile accento di patriottismo, gridò: - Finalmente… il confine! Il confine della Livonia… Finalmente la frontiera del mio Paese!”

Domande per il Dr. Nunzio Festa, direttore editoriale di Altrimedia:
Da cosa nasce l’idea di questa pubblicazione? Come siete riusciti a scovare questo inedito di Verne?
Intanto grazie per l’attenzione, che una piccola o microscopica casa editrice sempre in cerca di qualità deve faticare per avere. Questo Verne che mancava in Italia, l’abbiamo trovato e ripreso grazie a uno dei due curatori del volume che a quattro mani con Panella ha anche tradotto il testo, ovvero Massimo Sestili; il nostro Sestili, che dopo la vittoria nel 2006 di un concorso che sosteniamo a Matera, il premio letterario La città dei Sassi, con noi ha pubblicato un saggio di Bernard Lazare “L’antisemitismo. La sua storia e le sue cause” e che dopo qualche mese dall’uscita ci presentò la bellissima idea.
Ci può parlare della linea editoriale di Altrimedia? Che tipo di narrativa (ed eventualmente di saggistica) intende privilegiare?
Semplice, siamo partiti essenzialmente dando maggiore attenzione alle diverse dinamiche che interessano la città di Matera, con approfondimenti su materie sensibili, per esempio la tanto gettonata ma non proprio chiara questione Sassi, leggendo e rileggendo l’urbanistica e i flussi abitativi della popolazione. Per arrivare, tra le altre cose, a un importante saggio pensato soprattutto per la divulgazione rivolta verso le giovani generazioni sull’osservazione del pianeta Terra dallo spazio, grazie al volume dello scienziato dell’Asi Vittorio De Cosmo, con “Uova, terra e spazio”. Per la saggistica puntiamo quindi a dare spazio a temi certamente importanti, ma che siano pure capaci di fornire qualità e aspetti nuovi di tante vicende dell’umanità. Per la narrativa, invece, che è una delle nostre collane di punta (i narratori) cerchiamo un linguaggio puro e rispettoso delle proprietà di autrice e autore, che sostanzi storie originali per ambientazioni e vicende proposte. Tra le varie collane, riusciamo persino a dare spazio a testi poetici contenuti nella sezione i poeti.

Domande per il Prof. Massimo Sestili:
I suoi interessi storici mi “costringono” a farle subito la fatidica domanda. In che modo la vicenda dell’affaire Dreyfus incide sulla trama di questo libro? Ce ne può delineare i tratti essenziali, per darci una “cornice” di riferimento culturale alla luce della quale comprendere meglio il romanzo?
Il capitano dell’esercito francese Alfred Dreyfus, alsaziano (leggi tedesco!) di origine ebraica, viene accusato di spionaggio militare a favore della Germania. Dopo un sommario processo celebrato a porte chiuse, il 22 dicembre 1894 il Consiglio di guerra, all’unanimità, condanna Dreyfus alla degradazione militare e alla deportazione a vita, da scontare in completo isolamento all’Isola del Diavolo. La sentenza si rivela immediatamente, agli occhi di un osservatore attento e privo di pregiudizi, come l’ennesimo crimine giudiziario reso possibile da un Consiglio di Guerra inquisitorio e corporativo, dal clima di intolleranza che albergava nella società francese, dalla necessità di trovare un capro espiatorio nell’ultimo disperato tentativo di difendere un esercito logorato nella sua credibilità in seguito alla sconfitta subita a Sedan e al fallimentare tentativo bonapartista del generale Boulanger. Di fronte al rischio di vedere completamente screditato un esercito che follemente perseguiva la revanche nei confronti della Germania, non si ha nessuna esitazione ad immolare un alsaziano e per giunta ebreo.
La condanna, emessa nel più assoluto disprezzo delle regole e delle procedure, con la motivazione che erano in giuoco vitali interessi nazionali, è identica, nella causa e nel fine, alla sentenza contro gli untori, che faceva osservare a Alessandro Manzoni: “Si dirà forse che, in faccia alla giurisprudenza, se non alla coscienza, tutto era giustificato dalla massima detestabile, ma allora ricevuta, che ne’ delitti più atroci fosse lecito oltrepassare il diritto?”.
L’affaire Dreyfus ha lasciato una profonda ferita nella Francia della Terza Repubblica, una lacerazione che non sarà mai del tutto rimarginata e il collaborazionismo del governo di Vichy ne è l’esempio più evidente. Certamente la divisione della società francese viene da lontano, dalla rivoluzione del 1789, e dalla mai risolta questione delle “due nazioni”. Dunque l’affaire Dreyfus non crea questa terribile divisione, ma la porta alla luce e ne rivela al mondo intero la profondità, soprattutto per la sua relazione con la nascita dell’antisemitismo moderno.
Tuttavia, dobbiamo porci un’altra domanda: perché a proposito del processo Dreyfus non si parla di caso giudiziario o di errore giudiziario ma si usa il lemma affaire? Ebbene un caso giudiziario si trasforma in un affaire nel momento in cui esce dalle aule di un tribunale e coinvolge la politica, la stampa e la società. A questo punto lo scontro nelle aule giudiziarie non riveste più nessuna importanza, ciò che più conta è quale delle due parti politiche in lotta riuscirà a spuntarla e lo scontro si svolge in realtà nelle piazze, sui giornali e nelle aule parlamentari.
Jules Verne, come la maggioranza degli scrittori francesi, prese parte a questa lotta e si schierò con il fronte antidreyfusardo, che raccoglieva perlopiù l’adesione di nazionalisti e antisemiti. Dopo il pamphlet di denuncia di Bernard Lazare e il J’accuse di Zola era praticamente impossibile per gli scrittori rimanere fuori dalla contesa, era obbligatorio schierarsi. Inoltre, è bene tener presente, che la Francia aveva una lunga storia di impegno degli scrittori che risaliva a Voltaire con il suo affaire Calas, altro caso di errore giudiziario, e a Victor Hugo che in “Napoleone il piccolo” e “Storia di un delitto” aveva denunciato i crimini di Napoleone III. Tanto per citare il nostro Leonardo Sciascia “è proprio tutta colpa di Voltaire” se si insinua l’idea che possa compiersi un errore giudiziario.
Dunque Jules Verne, oltre a conoscere molto bene il contesto dell’affaire Dreyfus, aveva dalla sua parte una lunga tradizione culturale che lo predisponeva a porsi degli inquietanti interrogativi sull’amministrazione della giustizia e sull’uso politico della giustizia.
Sintetizzando, in “Un dramma in Livonia” ritroviamo tutto il contesto che ha reso possibile, credibile e accettabile l’infame macchinazione ai danni dell’ebreo Dreyfus dalla maggioranza dell’opinione pubblica. L’accusa di omicidio con scopo di rapina avanzata nei confronti del mite professor Nicolef, di nazionalità slava, è immediatamente usata dai banchieri Johausen, di nazionalità tedesca, per fini politici, per la conservazione del potere economico, politico e militare della minoranza tedesca, e si adoperano affinché il caso esca dalle aule di giustizia e si trasformi in uno scontro politico tra innocentisti e colpevolisti, cioè tra slavi e tedeschi.
Verne è un autore noto per la sua fervida immaginazione, e i suoi celeberrimi capolavori ce lo dimostrano. In che modo, in quest’opera, la fantasia si coniuga con un quadro storico ben preciso, e in particolare con la vicenda del movimento panslavista?
La Storia non è mai un limite per la fantasia o l’immaginazione di uno scrittore, semmai è vero il contrario, le esalta; come afferma Herbert R. Lottman, le rende più vive e vicine alla gente reale. Potrei fare tanti esempi: Manzoni, il primo Calvino, Sciascia, insomma il romanzo storico, ma andremmo troppo lontano.
Per quanto riguarda il movimento panslavista, mi sembra piuttosto chiaro come per Jules Verne rappresenti un pretesto per esprimere l’odio dei francesi contro la Germania. Non bisogna dimenticare il trauma vissuto dai francesi con la sconfitta di Sedan, e che la Francia in questi anni firma un trattato di alleanza militare con la Russia zarista. Inoltre, l’accusa addebitata a Dreyfus è di spionaggio a favore della Germania: una conferma che la potenza nemica ancora trama contro la Francia.
Sono convinto che tutti questi motivi storici e politici, che sono molto profondi e sentiti dai francesi, convergono nella decisione di Jules Verne di ambientare un dramma giudiziario nelle Province Baltiche. La letteratura non poteva non dare voce a questo forte disagio. Ma questo, come ricordo nel mio breve saggio, già l’aveva brillantemente intuito Antonio Gramsci.

Domande per il Prof. Giuseppe Panella:
Giuseppe (a te mi permetto di dare del tu, abbiamo anche parlato e bevuto insieme a “La penna del Magnifico”!), in che misura ti sei sentito più coinvolto nel tradurre e nel curare quest’opera? Come professore di filosofia o come poeta?
In realtà nessuno dei due. La lingua di Verne non è particolarmente poetica, anche se spesso è rigogliosa e piena di espressioni assai suggestive. Il libro (che avevo già letto una volta da ragazzo a dieci anni e che mi aveva lasciato una notevole impressione) è in realtà il frutto di una costruzione culturale molto attenta. Verne mescola l’avventura di tipo più tradizionale, la riflessione di taglio politico, la descrizione geografica (il mondo dell’Impero zarista che all’epoca non era certo così conosciuto come adesso) con la dimensione dell’inchiesta poliziesca (come ho provato a spiegare nel mio saggio in appendice al romanzo), senza dimenticare una breve ma intensa storia d’amore (quella tra la figlia del professor Nicolef e i suo fidanzato condannato alla deportazione in Siberia). Mettere in luce questo progetto narrativo e rendere conto della sua dimensione linguistica era una sfida alla quale io e Massimo non ci siamo sottratti…
Quale credi possa essere il contributo che un’opera praticamente sconosciuta in Italia come Un dramma in Livonia può dare al dibattito culturale? È come una nuova uscita inaspettata, solo che viene dal 1904!
E’ certo che questo romanzo offre oggi la possibilità di avere una visione quasi inedita della produzione di Verne, che è sempre stato tradizionalmente considerato uno scrittore per adolescenti dedito alla confezione di allettanti visioni del futuro. Qui Verne si cimenta con una storia di taglio poliziesco (sulla scia del “Mistero della camera chiusa! di Leroux o del “Grande mistero di Bow” di Zangwill), che ha però una profonda risonanza politica. Inoltre il tema dell’errore giudiziario, qui magistralmente gestito nella storia di Nicolef, evoca le questioni suggerite dall’eco che ebbe l’affaire Dreyfus (anche se va ricordato che Verne non si schierò a favore dello sfortunato ufficiale di Stato maggiore francese). Se il centenario della morte di Verne in Italia è passato praticamente inosservato, spero proprio che questa nostra traduzione costituisca una buona occasione per parlare un po’ di questo grande scrittore francese!

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