I ragazzi di via Buonarroti 29

I ragazzi di via Buonarroti 29

martedì 15 marzo 2011

Crisi del mito del progresso e dialettica dell'avventura. Seminario del Centro Romantico in riferimento al volume di Jules Verne, Un dramma in Livonia. Gabinetto Vieusseux, Palazzo Strozzi, Sala Ferri. Firenze lunedì 14 marzo, ore 17.

Da sinistra: Giovanni Agnoloni, Giuseppe Panella e Massimo Sestili

Una sentenza purchessia
di Massimo Sestili

Il mio interesse per questo“strano” romanzo di Verne, come lo definisce Panella nel suo saggio, è dovuto ad un fatto del tutto occasionale: la prima traduzione italiana dell’editore Chiantore del 1949 aveva come titolo Un errore giudiziario. A segnalare questa “anomalia” è stato Panella nella sua postfazione al mio libro dedicato all’affaire Dreyfus, dal titolo L’errore giudiziario. L'affaire Dreyfus, Zola e la stampa italiana.

Come studioso dell’affaire Dreyfus e della terza repubblica francese, mi sono particolarmente interessato della trasformazione di un “caso” giudiziario in un “affaire” politico. La distinzione è fondamentale: pur trattandosi di devastanti errori giudiziari, il “caso” giudiziario rimane confinato all’interno dell’aula di un tribunale e coinvolge il singolo imputato con i suoi affetti più cari; al contrario, l’affaire esce dall’aula del tribunale per investire l’intera società e le istituzioni del Paese. L’affaire è sempre politico in quanto si connota come un processo politico-ideologico che può originarsi da diverse cause; ad esempio una motivazione nazionalista e razziale come nel caso di Dimitri Nicolev nel romanzo di Jules Verne Un dramma in Livonia, o antisemita, come nel caso di Alfred Dreyfus, o religioso come nel caso di Jean Calas, ma queste diverse cause rispondono comunque ad un unico principio: l’uso della forza al posto del diritto per la conservazione del potere posseduto da alcuni settori della società.

Come meravigliosamente ricorda Anatole France nella sua Apologia del presidente Bourriche: “Disarmare i forti e armare i deboli, significherebbe cambiare l’ordine sociale che ho il compito di conservare. La giustizia è la sanzione delle ingiustizie stabilite. La si vede mai opposta ai conquistatori e contraria agli usurpatori? Quando si instaura un potere illegittimo, non deve far altro che riconoscerlo per renderlo legittimo. Tutto sta nella forma, e tra il crimine e l’innocenza c’è soltanto lo spessore di un foglio di carta bollata”[1].

 



In sintesi, si può affermare che in ogni affaire giudiziario sono rintracciabili alcune costanti:

1. il coinvolgimento della stampa (con un protagonismo a volte raccapricciante della stampa cattolica, violentemente schierata con il fronte colpevolista e antisemita come nell’affaire Dreyfus);

2. lo schieramento dell’opinione pubblica in innocentisti e colpevolisti (opinione formata ad arte dalla stampa per lo più forcaiola; vedi le critiche di Zola);

3. il coinvolgimento dei diversi schieramenti politici (destra/sinistra; anche in questo caso con alcune costanti: la destra colpevolista e la sinistra innocentista; conflitti nazionali);

4. il coinvolgimento degli intellettuali (prima individualmente: Voltaire; successivamente come categoria sociale: Zola).


Sempre, ci troviamo di fronte ad un uso politico della giustizia. Questa è la mia tesi centrale: Un dramma in Livonia può essere letto anche come un romanzo sull’uso politico della giustizia, che si inserisce nella ricca tradizione francese iniziata con Voltaire e che risente del clima di crisi generale della terza repubblica francese portato in superficie dall’affaire Dreyfus.

Inoltre, ad influenzare la letteratura, più che il “caso” giudiziario è stato l’affaire politico: ne è un chiaro esempio l’affaire Dreyfus che ha ispirato tantissimi scrittori moderni e contemporanei creando un vero e proprio genere letterario.

L’errore giudiziario come sintomo inquietante di una profonda patologia che alberga nella società o, più in generale, come prodromo di una crisi della politica, è al centro degli interessi di Verne negli ultimi anni della sua vita. Sia la vicenda giudiziaria al centro del romanzo I fratelli Kip del 1902, che quella di Nicolef (Un dramma in Livonia è del 1904), si ispirano chiaramente all’affaire Dreyfus, il caso che sconvolse la Francia per ben dodici anni (ed oltre) tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900: un affaire in cui anche Jules Verne, al pari di tanti altri scrittori che si trasformarono in intellettuali schierandosi apertamente per l’innocenza o la colpevolezza di Dreyfus, prese posizione.


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Ambientato a Riga, una delle più importanti e popolose città delle Province Baltiche, Un dramma in Livonia è la storia di un errore giudiziario che vede coinvolti, da una parte il professore Dimitri Nicolef e Wladimir Yanof, un avvocato di origine moscovita deportato per ragioni politiche nelle miniere della Siberia Orientale, entrambi slavi; dall’altra, i banchieri Johausen e Kroff, entrambi tedeschi. L’azione centrale del dramma si svolge nel 1876, nel momento in cui le lotte nazionali tra la maggioranza della popolazione slava e la minoranza tedesca si sono particolarmente acuite.

Il problema dei movimenti nazionali non è casuale, ma appare con una certa regolarità nei romanzi di Jules Verne e, la particolare cura che lo scrittore dedica al contesto di Un dramma in Livonia, è indicativa di questo particolare interesse. Come afferma Chesneaux:

"Nei romanzi di Verne le lotte nazionali non sono solamente una cornice che rende più viva l’azione o un pittoresco elemento storico. Sono il nucleo stesso dell’azione. I movimenti nazionalistici determinano il carattere dei personaggi e il senso della loro vita, le situazioni psicologiche, il ritmo stesso dell’opera. Un dramma in Livonia è un racconto poliziesco, la storia di un errore giudiziario, l’accusato è uno slavo e la presunta vittima un impiegato di una delle più grosse banche tedesche di Riga: tutto l’affare ha un’intensa colorazione politica"[2].

Sia le ostilità nazionali tra slavi e tedeschi, che l’antisemitismo, sono originati da conflitti sociali ed economici dovuti alle disuguaglianze tra la minoranza tedesca, che detiene il potere economico e politico, e la grande maggioranza dei contadini slavi che vivono in una miseria indicibile.

Il nazionalismo e la forte avversione per la Germania che avvolgono la società francese dopo la sconfitta di Sedan (1870), sono temi già largamente presenti nella letteratura francese e Jules Verne, da questo punto di vista non fa eccezione, se è vero che l’iniziale sentimento antinglese, come ne I fratelli Kip, presente nei suoi romanzi verrà sostituito da un sentimento antitedesco.

Antonio Gramsci in Letteratura e vita nazionale scrive: “Si può osservare come nella produzione d’insieme di ogni paese sia implicito un sentimento nazionalistico, non espresso retoricamente, ma abilmente insinuato nel racconto. Nel Verne e nei francesi il sentimento antinglese, legato alla perdita delle colonie e al bruciore delle sconfitte marittime è vivissimo: nel romanzo geografico d’avventure, i Francesi non si scontrano coi Tedeschi, ma con gli Inglesi. Ma il sentimento antinglese è vivo anche nel romanzo storico e persino in quello sentimentale (per es. Gorge Sand; reazione per la guerra dei Cento Anni e l’assassinio di Giovanna d’Arco e per la fine di Napoleone)”[3].

Poche righe più avanti Gramsci aggiunge una nota critica: “Nel «Marzocco» del 19 febbraio 1928, Adolfo Faggi (Impressioni da Giulio Verne) scrive che il carattere antinglese di molti romanzi del Verne è da riportare a quel periodo di rivalità fra la Francia e l’Inghilterra che culminò nell’episodio di Fashoda. L’affermazione è errata e anacronistica: l’antibritannicismo era (e forse è ancora) un elemento fondamentale della psicologia popolare francese; l’antitedeschismo è relativamente recente, ed era meno radicato dell’antibritannicismo, non esisteva prima della Rivoluzione francese e si è incancrenito dopo il ’70, dopo la sconfitta e la dolorosa impressione che la Francia non era la più forte nazione militare e politica dell’Europa occidentale, perché la Germania, da sola, non in coalizione, aveva vinto la Francia. L’antinglesismo risale alla formazione della Francia moderna, come Stato unitario e moderno, cioè alla guerra dei cento anni e ai riflessi dell’immaginazione popolare della epopea di Giovanna d’Arco; è stato rinforzato modernamente dalle guerre per l’egemonia sul continente (e nel mondo), culminate nella Rivoluzione francese e in Napoleone: l’episodio di Fashoda, con tutta la sua gravità, non può essere paragonato a questa imponente tradizione che è testimoniata da tutta la letteratura popolare francese”[4].

Gramsci aveva letto perfettamente lo stato d’animo dei francesi con i suoi inevitabili riecheggiamenti in campo letterario.

Le lotte nazionali nelle Province Baltiche e l’affaire Dimitri Nicolef consentono dunque a Jules Verne di esprimere un sentimento patriottico assai diffuso di avversione per la Germania e, nel contempo, di difendere i diritti e le giuste aspirazioni nazionali della maggioranza slava oppressa in nome di quei valori universali su cui si fonda la Francia moderna.

Tuttavia, la sensazione è che il romanzo riesca ad andare oltre il contesto baltico, trasformandosi nella rappresentazione di una lotta politica che si va estendendo all’intera Europa e che porterà alla catastrofe del primo conflitto mondiale.
 

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Jules Verne si era già interessato del problema con il romanzo I fratelli Kip, dove si sofferma a lungo sul problema nazionale irlandese (cap. X, I Feniani), dando particolare evidenza al fatto che i deportati irlandesi O’Brien e Macarthy sono due condannati politici e non comuni assassini (stessa identica osservazione appare in Un dramma in Livonia a proposito di Wladimir Yanof). Altro episodio che senz’altro denota una particolare sensibilità di Jules Verne alle rivendicazioni nazionali. E tuttavia, anche I fratelli Kip è un romanzo che ha come trama un errore giudiziario. I due fratelli vengono accusati ingiustamente dell’assassinio del capitano inglese Harry Gibson, ma i veri assassini riescono a creare degli indizi che portano alla condanna dei due fratelli.


L’opinione pubblica, sollecitata da una stampa colpevolista ne chiede la condanna a morte:


"Dal fondo della loro prigione, gli accusati non avrebbero mai potuto immaginare fino a qual punto l’opinione pubblica fosse contro di loro, continuamente sollecitata dalla stampa con articoli di incredibile violenza[5].


La gente affollò la sala e le strade vicine. Grida di vendetta accolsero gli imputati quando uscirono dal carcere. Soltanto allora essi poterono stringersi la mano, subito divisi dagli agenti che dovevano proteggerli dalla folla durante il tragitto fino al palazzo di giustizia. I due fratelli compresero allora che non avevano nulla da sperare da parte dell’opinione pubblica.

La condanna [a morte] ebbe subito il risultato di dare soddisfazione alla popolazione di Hobart Town. Nell’odio generale per gli assassini, c’era gran parte di quell’egoismo caratteristico dei popoli anglosassoni, che non vuole controprove. L’assassinato era un inglese; e stranieri, olandesi, erano quelli che l’avevano ucciso. In presenza di tale delitto, chi avrebbe mai osato, aver pietà per gli assassini? Nessuno, quindi, dal pubblico e neppure uno solo dei numerosi giornali della Tasmania alzò la voce nell’intento di ottenere la commutazione della pena".


Il contesto che porta ad una sicura condanna a morte dei fratelli Kip, descritto con straordinaria limpidezza da Jules Verne, è una chiara ripresa del clima che portò alla condanna di Dreyfus. Innanzitutto il ruolo svolto dalla stampa nella creazione di un’opinione pubblica colpevolista; conseguentemente, l’unanimità dei giudizi; infine il sentimento di odio nei confronti dei presunti colpevoli che si scatena ancor prima della sentenza di condanna.


Al processo di revisione i fratelli Kip vengono riconosciuti innocenti e riabilitati. Immediatamente l’opinione pubblica cambia parere.

Jules Verne con questi due romanzi dimostra di saper leggere e anticipare non solo le grandi scoperte della scienza e della tecnica, ma anche i conflitti politici e sociali e di saper cogliere la trasformazione dell’idea di nazione come aspirazione alla libertà in un nazionalismo violento e guerrafondaio. L’impossibilità di fare giustizia attraverso la condanna del vero colpevole, la sola possibilità che possa compiersi un errore giudiziario, sia nel caso dei fratelli Kip che di Nicolef, sembrano prefigurare per lo scrittore francese la crisi della politica e del liberalismo illuminista, che agonizzano sotto i colpi di un nazionalismo imperialistico sempre più bellicoso.

Se come afferma Jean Chesneaux, l’interesse di Jules Verne per le lotte nazionali non è casuale, non lo è a maggior ragione per l’errore giudiziario, visto da una parte il coinvolgimento dello scrittore nello scontro che si verifica in Francia tra gli intellettuali all’indomani della pubblica denuncia fatta da Émile Zola, e, dall’altra, la consolidata tradizione degli scrittori francesi ad interessarsi direttamente di problematiche legate alla giustizia e alla politica.

Jules Verne, attraverso il dramma personale di Dimitri Nicolef e della sua famiglia, nonché dell’intera comunità slava, esplora la trasformazione di un caso giudiziario in un affaire politico. Nicolef è chiaramente innocente, ma il potere, che in questo caso coincide con gli interessi della minoranza tedesca in Livonia, ha bisogno della sua colpevolezza, e monta una campagna di stampa contro il professore per plasmare un’opinione pubblica colpevolista che non esita a scagliarsi contro il malcapitato.

In assenza di un movente forte e di prove certe, si preferisce negare la presunzione d’innocenza e lo stato di diritto pur di avere un colpevole, un capro espiatorio da sacrificare per scongiurare un cambiamento politico che avrebbe restituito libertà e dignità alla maggioranza slava, ma avrebbe irrimediabilmente compromesso la supremazia della minoranza tedesca. Per ottenere questo risultato, i Johausen e i gruppi di potere economici e militari, si adoperano affinché il caso esca dalle aule di giustizia e si trasformi in uno scontro politico tra innocentisti e colpevolisti, cioè tra slavi e tedeschi.

La vicenda giudiziaria di Nicolef è il paradigma di una giustizia negata, in quanto viene strumentalmente utilizzata per la preservazione del potere dei più forti. Non si processa un uomo sulla base delle regole del diritto, ma in Nicolef si tenta di processare la maggioranza slava.
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Susan Rubin Suleiman, nel suo ottimo saggio Il significato dell’Affare Dreyfus per la letteratura[6], si interessa della rappresentazione dell’affaire Dreyfus nella letteratura francese tralasciando completamente questi due romanzi di Jules Verne. Eppure, nello studio dei “rapporti tra storia e finzione letteraria, e tra la realtà e le sue possibili (o impossibili) rappresentazioni”, a noi risulta piuttosto evidente che questi lavori di Jules Verne facciano continue e insistenti allusioni all’affaire Dreyfus e come, conseguentemente, rientrino nella categoria della trasposizione letteraria: “Nella trasposizione, il racconto è realistico, ma è offerto al lettore in modo tale che la stretta somiglianza con un’«altra» storia risulti evidente, purché il lettore abbia familiarità con quest’ultima. La storia esplicita apparirà insomma un semplice pretesto, un alibi (nel senso latino di un «altrove») per l’espressione della storia nascosta”. Certamente, nei due romanzi esaminati la trama del testo non induce affatto a vedervi una automatica trasposizione che, tuttavia, ritroviamo in tutto il contesto in cui si colloca l’azione e le motivazioni dei personaggi.
Un dramma in Livonia segna un passo in avanti nella riflessione di Jules Verne sull’errore giudiziario, e sembra far intravedere, dietro la sconcertante morte del mite professor Nicolef, un profondo pessimismo che, ne I fratelli Kip, in parte viene stemperato da un finale felice. Con l’affaire Nicolef tutto sembra mutare velocemente e le residue speranze nella giustizia sembrano svanire del tutto. Un pessimismo che fa scorgere sullo sfondo una crisi della politica nel momento in cui Jules Verne, e questa è la questione veramente fondamentale, si confronta con la trasformazione di un semplice caso giudiziario in un affaire dalle forti connotazioni politiche. Trasformazione resa possibile, in particolare, dal ruolo svolto da una stampa giustiziera che, pur in presenza di seri dubbi procedurali e nella mancanza di un movente e di prove certe, contribuisce a formare un’opinione pubblica colpevolista che chiede a gran voce una condanna esemplare. A questo punto, lo scontro dalle aule di giustizia si sposta nelle piazze trasformandosi in un conflitto politico che investe l’intera nazione mettendone in pericolo le istituzioni: il problema non è più quello di assicurare alla giustizia il colpevole, ma quale delle due parti politiche in lotta avrà la meglio. Condannando Dreyfus si vuole condannare gli ebrei e la loro supremazia nella finanza, nonché colpire le istituzioni repubblicane; condannando Nicolef, la minoranza tedesca vuole affossare le rivendicazioni nazionali degli slavi ed opporsi alla politica di russificazione dello Zar.
L’effetto provocato dallo slittamento dal campo giudiziario al campo politico è dirompente: viene annullata, o comunque ostacolata in tutti i modi possibili, l’indipendenza del magistrato, attraverso un pesante condizionamento delle sue decisioni. La storia del dramma giudiziario di Nicolef, fa dunque risaltare anche il dramma dell’equilibrato giudice Kerstorf, messo sotto pressione nelle sue indagini dall’orientamento del colonnello Raguenof e del generale Gorko da una parte, e dal maggiore Verder e dal brigadiere Eck dall’altra. È in sostanza il dramma di una giustizia impossibilitata ad essere veramente giusta quando viene ostacolata da altri interessi, siano essi militari, religiosi, razziali o politici.
Jules Verne, con Un dramma in Livonia, denuncia in modo del tutto evidente il pericolo proveniente da simili e spaventose abitudini giudiziarie che in Francia, sull’esempio di Voltaire e del suo affaire Calas, erano già state denunciate da Bernard Lazare a proposito di Dreyfus: “Ciò che appare più di tutto incredibile è che degli uomini gelosi della propria indipendenza e che si dicono liberi accettino simili violazioni della libertà e sopportino che si possa così, attentando al diritto altrui, attentare alla propria persona ed ai propri diritti”[7]. Pertanto, la negazione della giustizia è il sintomo di un profondo attacco alle libertà e, nel caso di Nicolef, un attentato alle libertà e ai diritti dell’intera collettività slava.
A Jules Verne va riconosciuto (nonostante la sua adesione allo schieramento antidreyfusard, che tra le altre cose si connotava per un violento antisemitismo) il merito di aver fatto entrare con I fratelli Kip e Un dramma in Livonia l’errore giudiziario o, più in generale, il problema della giustizia, nella letteratura. L’affaire, a partire da queste prime esperienze letterarie, diviene un vero e proprio genere che consente al moderno intellettuale engagé di entrare nella labirintica amministrazione della giustizia, nonché di prendere attivamente parte allo scontro sociale e politico che ogni affaire sottende. Una tradizione che attraverso Crainquebille di Anatole France, Il caso Redureau di André Gide, Il caso Maurizius di Jakob Wassermann, L’affare Dominici di Jean Giono, Il Contesto e L’affaire Moro di Leonardo Sciascia, arriva fino ai nostri giorni. Tutti casi di errori giudiziari, o di uso distorto della giustizia, che hanno mirabilmente mostrato come non possa esistere libertà senza una giustizia che sappia essere giusta e denunciato la barbarie di una prassi giudiziaria che cerca con ogni mezzo di scovare un colpevole per autoproclamarsi infallibile. Le vibranti parole di protesta pronunciate da Bernard Lazare nel 1896, che Verne conosceva molto bene, sono in questo senso un modello:
“Ogni processo individuale diventa generale: simili barbari metodi giudiziari non devono più esistere in un paese libero. Non è più possibile ormai che una mattina si possa arrestare un uomo, isolarlo dal mondo, soffocarne la voce, condannarlo in una chiusa segreta, senza che fuori niente di ciò che lo difende o che lo accusa possa essere conosciuto. Si colpisce la libertà di tutti i cittadini a causa della maniera atroce in cui qualcuno è stato giudicato; e difenderne uno solo significa difenderli tutti. Io ho difeso il capitano Dreyfus, ma ho difeso anche la giustizia e la libertà”[8].
Di fronte agli innumerevoli casi di ingiustizia, resta sempre attuale l’interrogativo di Maurice Nadeau: “Ma chi giudicherà i giudici?”.




[1] Anatole France, Crainquebille, trad. di Roberto Tinti,  Sellerio, Palermo 1992, pp. 36-37.
[2] Jean Chesneaux, Una lettura politica di Jules Verne, trad. di Eliana Martora, Mozzi, Milano 1976, p. 64.
[3] Antonio Gramsci, Letteratura e vita nazionale, Einaudi, Torino 1966, p. 111.
[4] Ivi, p. 114.
[5] Tutte le citazioni sono tratte da: Jules Verne, I fratelli Kip, trad. di Vincenzo Brinzi, Edizione integrale delle opere di Jules Verne, Milano, Mursia 1983.
[6] Susan Rubin Suleiman, Il significato dell’Affare Dreyfus per la letteratura, in L’Affare Dreyfus. La storia l’opinione l’immagine, a cura di Norman L. Kleeblatt, Bollati Boringhieri, Torino 1990, pp. 183-223.
[7] Bernard Lazare, L’affaire Dreyfus. Un errore giudiziario, a cura di Paolo Fontana, Faenza, Mobydick 2001, p.22.
[8] Bernard Lazare, op. cit., p. 84.

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