I ragazzi di via Buonarroti 29

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sabato 11 settembre 2010

Promenades 2- Cimitero di Père Lachaise: Oscar Wilde, di Massimo Sestili


Oscar Wilde 1

Cimitero di Père Lachaise: Oscar Wilde
di Massimo Sestili
Viaggiando, negli anni, gradualmente ho preso l'abitudine di passeggiare lentamente scrutando ogni centimetro dei luoghi visitati. Non si conosce veramente una città se non si va in giro per i suoi quartieri ozieggiando, disponibili ad entusiasmarsi e a farsi rapire dall’immancabile sorpresa.
Nelle mie frequenti scorribande in luoghi vicini e lontani ho attraversato quattro fasi successive.
All’inizio portavo con me la Guida con i suoi percorsi sicuri ma prevedibili e quindi noiosi perché incentrati su monumenti e strade già viste - film, televisione, internet, libri, ci hanno già portato in quei luoghi compromettendo l’impatto emotivo con la novità -. Insomma una sorta di déjà vu rassicurante ma privo di quelle forti emozioni che sono date dalle esperienze inaspettate.


Oscar Wilde 2
Poi la Letteratura, cara e preziosa compagna che ti conduce per mano tra quartieri, vie e palazzi che non avresti mai visitato, o che riscopri del tutto diversi perché visti attraverso gli occhi e le impressioni di personaggi con cui hai condiviso ore piacevoli. Oppure, esperienza ancor più intensa, si vedono quartieri che non esistono più attraverso le descrizioni fatte da uno scrittore, come i vecchi mercati generali parigini di Les Halles descritti da Èmile Zola nel romanzo Le ventre de Paris. In questo caso si scoprono i segni del passato nel presente e l'immaginazione si esalta.
In seguito è arrivata la promenade, ossia vagabondare senza meta, senza precisi punti di riferimento, per ore ed ore, e guardare la gente, le strade, i negozi, le fontane, i muri. Non i palazzi ma i muri; non le fontane ma l’acqua con i suoi movimenti improvvisi.
Infine il punto d’arrivo: il flâneur. Il sostantivo flâneur indica colui che passeggia, il bighellone, il girandolone, lo sfaccendato, il fannullone, il perdigiorno; e flânerie indica il passeggiare, l’andare a zonzo, il gironzolare. La parola è stata coniata nella lingua francese dal poeta Charles Baudelaire. A suo giudizio l’artista per poter comprendere la complessità della società industriale deve trasformarsi in ‘un botanico del marciapiede’ e modificare completamente il suo sguardo sul mondo. Il termine ha avuto una grande fortuna grazie a Walter Benjamin che nel 1929, a proposito del libro di Franz Hessel Passeggiate berlinesi, parlò di un ritorno del flâneur, cioè di colui che vaga solitario e senza meta per le città. La passeggiata di Robert Walser è il libro preferito da chi ama sguinzagliarsi nelle città alla ricerca del passato.

Oscar Wilde 3

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In questi vagabondaggi per Roma, New York, Parigi, Madrid, Berlino, ho imparato a leggere i segni che le persone hanno sentito il bisogno di lasciare come testimonianza del loro passaggio. Inizialmente era un giuoco stimolato dalla curiosità, poi è diventato un vero e proprio esercizio di lettura che mi ha dato la possibilità di avvicinarmi alle tante solitudini che si celano dietro una firma su una panchina, un disegno su un muro, un bacio lasciato su una tomba dello scrittore amato.
Improvvisamente mi sono ritrovato a visitare i cimiteri e la mia sorpresa è stata veramente forte nel constatare quanto fosse sentita l’esigenza da parte dei “vivi” di comunicare ai “morti” le proprie emozioni, piacevoli o dolorose che siano. Un’esigenza antica quanto l’uomo e che per quanto riguarda la nostra civiltà possiamo già rintracciare nella cultura greca.
Questa esperienza la feci direttamente nel novembre 1980 in Irpinia in seguito al terremoto. Partii da Perugia come volontario insieme a tanti altri compagni con un pulman messo a disposizione dal P.C.I. per San Gregorio Magno in provincia di Salerno. Arrivati sul posto ci fornirono di pale e picconi e ci spedirono al cimitero a scavare fosse per le tante salme da seppellire. Restai lì, a scavare sotto una pioggia torrenziale, per ben tre giorni, e ciò che più mi colpì fu questa continua processione di “vivi” che venivano a comunicare ai “morti” quanto era accaduto. Lunghi e dettagliati racconti spezzati da grida e pianti.
Evidentemente quell’esperienza ha svolto il suo lavoro scavando in profondità, per cui oggi, a distanza di trent’anni, come arrivo in una nuova città dedico almeno una giornata ai cimiteri.
Ho a lungo passeggiato in uno dei cimiteri più belli d’Europa, il parigino Père Lachaise. Da giovane ci andavo perché una visita alla tomba di Jim Morrison era obbligatoria: era un luogo di ritrovo diurno e notturno per quanti volevano condividere oltre all’amore per la musica dei Doors, anche qualche sbronza o fumare uno spinello. Ora, da uomo maturo, ci vado alla ricerca di segni lasciati sulle tombe.
Il cimitero di Père Lachaise è veramente una miniera di informazioni, ma la tomba che più mi ha colpito è quella di Oscar Wilde, lo scrittore inglese morto a Parigi il 30 novembre 1900. Le migliaia di scritte amorose e di baci che ornano la lastra in marmo della sua tomba sono la rappresentazione di altrettante solitudini in cerca di amore, che per un attimo lo trovano su quella pietra fredda, accanto alle lettere che compongono il nome di Oscar Wilde.
Alla tomba di Oscar Wilde ho dedicato quattro fotografie: un omaggio al grande scrittore, ma soprattutto una corrispondenza con i silenzi dei segni lasciati da ignoti visitatori. In quei silenzi ho ritrovato piccole parti di me stesso.
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