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martedì 23 marzo 2010

La Gazzetta del Mezzogiorno, Martedì 21 novembre 2006. Intervista a cura di Carlo Fioroni


La Gazzetta del Mezzogiorno, Martedì 21 novembre 2006
Dreyfus, un secolo dopo
Intervista a Massimo Sestili a cura di Carlo Fioroni

Nel centenario della riabilitazione di Alfred Dreyfus un convegno con mille partecipanti ha celebrato a Parigi questo paragrafo di storia francese che forse sarebbe slittato nell’oblio se l’immane tragedia della Shoah non avesse gettato su tutta la storia successiva e precedente la sua sinistra e paradigmatica ombra. Obbligando a una impietosa e per diversi aspetti attenta rilettura dell’umana vicenda.

Attraverso una ricerca di Massimo Sestili, che da tempo lavora intorno all’affaire, nel solco dell’impegno di Leonardo Sciascia, sua referenza maggiore, e che ne ha messo in luce un aspetto del tutto dimenticato, Matera è diventata un “crocevia” del dibattito apertosi sulla vicenda che ruota intorno all’errore giudiziario. Docente di letteratura e storia, Sestili è venuto a Matera, a giugno, a ricevere a Palazzo Lanfranchi il premio di primo classificato per la sezione saggistica assegnatogli nell’ambito del Premio nazionale letterario “La città dei sassi”, indetto da Liberalia, per il lavoro da lui curato, L’antisemitismo. La sua storia e le sue cause, di prossima pubblicazione per Altrimedia Edizioni.
Gli abbiamo chiesto cosa l’abbia motivato a muoversi, nella sua ricerca sul caso Dreyfus, in una dimensione non puramente commemorativa.
“Intorno all’affaire c’è sempre stato un grande dibattito, un grande interesse. Da parte mia, ho iniziato con l’approfondire il dibattito apertosi in Italia perché, fondamentalmente, mi volevo interessare di Giustizia in anni in cui il tema della Giustizia veniva, anche mediaticamente, in primo piano. Da mani pulite in poi, cioè fin dentro l’era Berlusconi.
Cercavo un caso che nel passato fosse stato paradigmaticamente simbolo di ogni ingiustizia. In questo avevo alle mie spalle la scuola di Leonardo Sciascia, quella sua fobia e quindi anche grande tensione nei confronti del tema della giustizia. L’affaire mi ha permesso non solo di trattare questo argomento, ma anche di individuare nell’antisemitismo una delle sue componenti fondamentali.
Così ho cominciato ad approfondirne specificità e portata nel quadro della III Repubblica francese e lì mi sono imbattuto in un piccolo autore anarchico ed ebreo, Bernard Lazare, perfettamente sconosciuto in Italia e del tutto dimenticato in Francia perché “oscurato” dal gigante Emile Zola e dalla grande alleanza dreyfusarda costituita da intellettuali di grande spessore – tra cui anatole France e Marcel Proust – e da una certa politica radical-democratica rappresentata da George Clemenceau.
Sulle tracce del piccolo anarchico ebreo sono stato condotto da alcune indicazioni contenute nel celebre saggio sulle origini del totalitarismo di Hannah Arendt, esattamente nei primi due capitoli dove lei si interessa anche dell’affaire. Di qui mi è venuto l’impulso a cercare di capire meglio chi fosse quest’uomo dimenticato. Ho così scoperto che a trasformare il caso giudiziario di Dreyfus in un affaire politico è stato Bernard Lazare e non Emile Zola. Zola arriva con un ritardo, se così si può dire, di due anni. Quando Bernard Lazare aveva già scritto, su sollecitazione di Mathieu Dreyfus, il fratello di Alfred, un pamphlet bellissimo e molto importante per riaprire l’interesse da parte della stampa e della politica su un caso che rischiava ormai di essere archiviato come un semplice errore giudiziario. E questo piccolo pamphlet in cui lui smontava i meccanismi dell’affaire fu stampato clandestinamente in Belgio, a Bruxelles, e quindi dal Belgio spedito in busta chiusa ad ogni parlamentare e comunque a personaggi importanti. In busta chiusa per paura che fosse sequestrato, paura tutt’altro che infondata, beninteso! Fu così, che grazie a questo scritto stampato alla “macchia”, che prese origine il movimento per la revisione del processo.
Successivamente il pamphlet su pubblicato dall’editore Stock che fu poi l’editore di riferimento dell’affaire. E fu Bernard Lazare ad andare da Zola che, come gli altri, fino ad allora era stato zitto. Zola lo dice in un suo scritto: “Quando venne da me Bernard Lazare e mi parlò di questo caso giudiziario io me ne interessai più da scrittore, se si vuole. Cioè quello che mi interessava era il dramma umano”. Cioè, in fin dei conti, Zola pensava di trarne materia per un romanzo. “Poi ho cominciato a capire che non potevo restarne fuori”. A questo punto si reca dal vice presidente del Senato e il resto si sa”.
Cos’altro può dirci su questo piccolo anarchico ebreo che peraltro, ci sembra, è rappresentativo di un certo filone anarchico non-violento francese?
“Che in realtà è un grosso personaggio. L’unico intellettuale nella Francia della III Repubblica a creare fin dal 1891-92 una polemica nei confronti del movimento antisemita che, non dimentichiamocelo, era molto forte e con dentro individui di spicco. Almeno nel quadro intellettuale dell’epoca”.
Non ci sembra infatti che Vichy sia stato una sorta di incidente di percorso della Storia francese, anche se si situa molto dopo. Ci sono cose che vengono da lontano...
“Certamente non lo è stato. L’unico testo che cerca di rovesciare la tesi dei leaders antisemiti è un libro di Bernard Lazare che viene pubblicato nel 1894: L’antisemitismo. La sua storia e le sue cause, che io, appunto, ho curato. Successivamente, già nel 1895, senza darsi tregua, Lazare si lancia in una battaglia molto forte sulla stampa con degli articoli che saranno raccolti da me e pubblicati da Datanews nel 2004: Contro l’antisemitismo. Molto opportunamente, perché oggi, si stanno verificando alcuni fatti anche piuttosto inquietanti oltre che, propriamente parlando, ignobili”.
Ci sembra che lei alluda al coniugarsi di un duplice revisionismo, che è sotto gli occhi di tutti e che coinvolge alcuni storici francesi, italiani e tedeschi e le alte gerarchie della Chiesa cattolica. Revisionismo che ritira fuori il discorso semplicistico del pugno di criminali che avrebbe fuorviato masse fondamentalmente sane. E su queste posizioni troviamo l’attuale Papa. Revisionismo che poggia su un’altra espressione, ben più pericolosa del revisionismo storico che dalla Francia è dilagato in Europa e che è arrivato fino a negare la Shoah, tacciandola di invenzione della propaganda americana, della propaganda dei vincitori.
“Ho effettivamente ben presente tutto questo e potrei aggiungere che ci troviamo di fronte a una vera e propria rimozione di un antisemitismo largamente diffuso che non è stato inventato né da Hitler né da nessun altro capo popolo. Le cose che Hitler scriveva nel “Mein Kampf” circolavano apertamente sulla stampa, persino la grande stampa, ben prima che se ne facesse il corifeo. E questo vale anche per la Francia e per alcuni paesi dell’Est. In misura molto minore per l’Italia, ma anche qui bisogna andarci con i piedi di piombo e non dimenticare, per esempio, il discorso fortemente alimentato dalla Chiesa sul “popolo deicida”, discorso che si trova sulla “Civiltà Cattolica” come nel catechismo da oratorio negli anni ’30. Se non qui, a livello di oratorio, anche più tardi. Direi fino al Concilio Vaticano II. E oggi? Oggi una cosa è certa, che non dobbiamo abbassare la guardia”.

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