I ragazzi di via Buonarroti 29

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domenica 13 settembre 2009

Alfred Dreyfus - Cinque anni all'isola del diavolo


Alfred Dreyfus, Cinque anni all'isola del diavolo, pref. di Marco Dorri, trad. di Paolo Fontana, Medusa 200, Euro 18,00.
Un processo intentato a un popolo di Massimo Sestili
Bernard Lazare, l’intellettuale anarchico di origine ebraica che in piena solitudine sollevò la coltre degli intrighi e ingiustizie che portarono alla condanna annunciata del capitano dell’esercito francese Alfred Dreyfus, in apertura del suo pamphlet L’affaire Dreyfus, une erreur judiciaire, a proposito delle spaventose abitudini giudiziarie che consentirono di celebrare il processo a porte chiuse, afferma: “Ciò che appare più di tutto incredibile è che degli uomini gelosi della propria indipendenza e che si dicono liberi, accettino simili violazioni della libertà e sopportino che si possa così, attentando al diritto altrui, attentare alla propria persona ed ai propri diritti”.

Il bersaglio della polemica di Lazare è in primo luogo il Consiglio di Guerra, il tribunale militare che stravolgendo tutte le regole del diritto e dimostrandosi più sensibile ai richiami del corporativismo totalitario piuttosto che della giustizia, emette una durissima condanna nei confronti di Dreyfus solo perché ebreo. Ad essere giudicato non è un uomo sulla base di prove e di un movente certi, ma un intero popolo contro il quale convergono odi e antipatie ataviche: l’accusa al popolo deicida distillata dal millenario antigiudaismo, attraverso la correlazione con le forti pulsioni nazionaliste e xenofobe torna a nuova vita trasformandosi nell’antisemitismo moderno.
Tuttavia, la critica di Lazare riguarda la maggioranza dell’opinione pubblica e della classe dirigente francese che, di fronte ad un tale scempio della dignità umana, della libertà e della giustizia, o si chiude in un imbarazzato e imbarazzante silenzio, o appoggia apertamente la campagna antisemita e antidreyfusard. A questa maggioranza che cede alle pulsioni più basse urlando nelle vie di Parigi “Morte all’ebreo!”, Lazare oppone un’etica della responsabilità e della legalità basata sul principio che negare la libertà ed i diritti di un solo uomo significa attentare alle libertà e ai diritti dell’intera collettività.
Lo scrittore anarchico nella querelle in favore di Dreyfus ancorava le sue tesi ad una solida tradizione illuminista e libertaria che aveva visti impegnati scrittori del calibro di Alessandro Manzoni con la Storia della colonna infame, di Voltaire con il Saggio sulla tolleranza e di Victor Hugo con Napoleone il piccolo. Sia nel caso della caccia agli untori a cui seguirono arresti, torture e condanne a morte, che nell’affaire Calas, anche questo conclusosi tragicamente con la pena capitale, o nel colpo di Stato di Napoleone III, Lazare individua dei tratti comuni che riemergono chiaramente nell’affaire Dreyfus: il prevalere delle superstizioni e dei pregiudizi sulla ragione, dell’intolleranza religiosa, del disprezzo della Costituzione e delle regole. L’affaire Dreyfus si palese dunque allo sguardo attento di Lazare come lo specchio di una profonda crisi sociale e politica che rischia di mettere seriamente in pericolo le istituzioni repubblicane: la negazione della giustizia ancora una volta è il sintomo di un profondo attacco alle libertà. Da uomo libero, Lazare si impegnò in favore della verità e della giustizia creando i presupposti per la nascita del movimento dreyfusard e di un più vasto fronte in difesa dei valori illuministi e repubblicani. È esattamente questa battaglia di civiltà, condotta soprattutto contro un agguerrito manipolo di antisemiti, che convince Émile Zola a prendere una posizione, prima con l’articolo Pour les juifs e successivamente con il J’accuse.
Ma l’affaire Dreyfus, oltre alla terribile minaccia antisemita, svela anche il fallimento del processo di assimilazione degli ebrei, fallimento che sarà motivo di riflessione per Theodor Herzl, il quale proprio dalla condanna di un ebreo innocente trarrà la convinzione che per il suo popolo non può esserci nessuna sicurezza se non all’interno di un proprio Stato.
Nel centenario della definitiva assoluzione di Dreyfus (12 luglio 1906), Paolo Fontana ha nuovamente tradotto il diario che Alfred scrisse durante la detenzione all’isola del Diavolo (prima edizione Sonzogno 1901). Nello scambio epistolare con la moglie, e nelle riflessioni sulla sua condanna, colpisce l’immane sofferenza di un uomo che proclama disperatamente la sua innocenza ma, nel contempo, comprende anche le ragioni di chi ne chiede la morte. Sul popolo che inveiva al suo indirizzo nel momento in cui transitava alla stazione di La Rochelle per essere imbarcato verso l’isola di Ré, osserva: “Sappi soltanto che ho sentito le legittime grida di un popolo contro colui che crede un traditore, vale a dire l’ultimo dei miserabili”. In tutto il diario non compare mai nessun riferimento alla sua discendenza ebraica, né una parola sul movimento antisemita; una sola volta parla di Dio, e lo fa citando Schopenhauer: “Se Dio ha creato il mondo, non vorrei essere Dio”. Dreyfus era un laico perfettamente assimilato e nutriva un amore per la patria francese al limite del fanatismo; come Lazare, aveva dimenticato di essere un ebreo, a ricordarglielo saranno gli antisemiti.
Massimo Sestili

L’autore: Alfred Dreyfus
Nato nel 1859 a Mulhouse, in Alsazia, dopo la sconfitta di Sedan nel 1870, la sua famiglia si trasferisce a Parigi dove il giovane Dreyfus intraprende la carriera militare fino al grado di capitano. Si sposa con Lucie Hadamart e ha due figli: Pierre e Jeanne. Dal 13 aprile 1895 al 1 luglio 1899 è prigioniero nell’Isola del Diavolo. Dopo la grazia del presidente della repubblica viene reintegrato nell’esercito nel 1906 con il grado di maggiore e riceve la Legion d’onore. Muore il 12 luglio 1935.

Quarta di copertina
Questo è il “Diario” che Alfred Dreyfus tenne giorno per giorno nei cinque anni che lo videro prigioniero all’Isola del diavolo. Anni di macerazione interiore, di riflessione sulle ingiustizie umane, e sulle ragioni di un antisemitismo che annunciava tempi peggiori. Ma anche annotazioni sul tempo, sulla vita in carcere, divagazioni fantastiche su di sé, arricchite dalle numerose lettere che scambiava con l’amatissima moglie Lucie. Il racconto in prima persona della lotta di un uomo solo, sostenuto unicamente dalla volontà di veder riconosciuta la propria innocenza e di essere risarcito nell’onore. Un libro che si legge come un romanzo, e forse a suo modo anche lo è.

Indice del volume
“Sacrificate sacrificium justitiae et sperate in Domino” di Marco Dotti; Nota del traduttore di Paolo Fontana; Cinque anni della mia vita.

L’editore
Edizioni Medusa Viale Abruzzi 82 – 20131 Milano – edizionimedusa@tiscalinet.it

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