I ragazzi di via Buonarroti 29

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domenica 30 agosto 2009

Jacob Wassermann- Storia di un tedesco ebreo

Jakob Wassermann, Storia di un tedesco ebreo, a cura di Palma Severi, Il Melangolo, 2006, pp.133, Euro 15,00.

Un grido nel vuoto di Massimo Sestili
L’autobiografia di Jakob Wassermann Mein Weg als Deutscher und Jude, pubblicata per la prima volta nel 1921, quando l’autore era all’apice della notorietà, è stata ristampata in Germania nel 2005, suscitando un vivace dibattito e un ritorno di interesse nei confronti dello scrittore dopo mezzo secolo di totale oblio. Il libro già nel 1921 sollevò polemiche e divisioni, e lo stesso Thomas Mann, amico e collega di Wassermann, prese pubblicamente posizione contro di esso: tra i due scrittori si sviluppò una controversia dai toni piuttosto accesi riportata da Marcel Reich-Raniki nell’edizione tedesca. Finalmente, grazie all’ottimo lavoro di Palma Severi, abbiamo anche l’edizione italiana, anche se, e non ne capiamo il motivo, non è stata tradotta l’interessante querelle tra i due scrittori.

Storia di un tedesco ebreo per la sua complessità e universalità è un testo che va ben oltre la semplice autobiografia. La riflessione sul problema dell’identità ebraica, resa urgente dallo sviluppo di un antisemitismo sempre più violento e minaccioso, coinvolge un’intera generazione di intellettuali di origine ebraica che improvvisamente prendono coscienza della precarietà della loro condizione. Se alla fine del XIX secolo, nell’Europa Orientale ed in particolare in Russia e in Romania, i pogrom e le leggi speciali che tendono a ricacciare gli ebrei nei ghetti fanno ormai parte della quotidiana normalità, nell’Europa Occidentale, malgrado le leggi emancipatorie, e soprattutto in Francia in seguito all’affaire Dreyfus, di nuovo cresce nella società un odio antisemita che si alimenta di tutti gli antichi pregiudizi antigiudaici. La domanda “Sono ebreo?” e, soprattutto, “Cosa significa essere ebreo?”, si impone anche in intellettuali laici che avevano perso quasi ogni contatto con la religione ebraica o che addirittura, come nel caso di Wassermann, rifiutavano anche l’idea di una nazionalità ebraica: “In un certo senso ero come Mosè che scende dal monte Sinai, ma ha dimenticato ciò che ha visto lassù, e ciò che Dio gli ha detto”. Ma a riaccendere la fiamma nascosta della propria identità sarà appunto l’odio nei confronti del popolo deicida, che nel contempo svela anche l’eterna contraddizione dell’antisemitismo: “A ben vedere si era ebrei soltanto di nome e per l’ostilità, l’estraneità o il rifiuto del mondo cristiano, basati, per parte loro, soltanto su una parola, un luogo comune, una falsità”.
Nelle parole di Wassermann traspare l’esperienza vissuta da un altro grande intellettuale anarchico, Bernard Lazare, che nel suo libro testamento Le Fumier de Job tragicamente si chiedeva: “Sono ebreo? Sono un uomo? Io sono ebreo. Io sono un uomo”. Ed è esattamente da questa domanda, che di fronte all’odio dei tedeschi nei confronti degli ebrei diventa ogni giorno più impellente, che si dipana la sofferta riflessione di Wassermann: “Per la prima volta mi imbattei in quell’odio sordo, ostinato, quasi muto, radicato nella popolazione, a proposito del quale il termine antisemitismo non dice quasi nulla perché non consente di individuarne la natura né l’origine, non la profondità né lo scopo. Un odio che ha tratti di superstizione, di volontario accecamento, paura del diavolo, irrigidimento bigotto, rancore verso chi è svantaggiato e ingannato, e poi ignoranza, menzogna e incoscienza, nonché fondato rifiuto, malvagità scimmiesca e fanatismo religioso. Lì ci sono avidità e curiosità, sete di sangue, timore della seduzione e della tentazione, gusto del mistero e scarsa autostima. In questo misterioso amalgama esso è uno specifico fenomeno tedesco. È un odio tedesco”.
Parole scritte con dolore che cercano di scalfire in profondità l’anima tedesca e ristabilire un principio di verità contro la menzogna dilagante. E a chi, come prova della bontà del popolo tedesco, gli rimproverava di essere uno scrittore perfettamente inserito e apprezzato, Wassermann rispondeva: “Ma il punto non è questo. Il punto non è ciò che ho realizzato e conquistato. Il punto è la menzogna che come un verme mi striscia davanti e ogni tanto solleva la testa chiazzata per sputarmi addosso. Il punto è l’invincibile, orribile menzogna che ha avvolto lo spirito di un intero popolo e contro la quale nessuna verifica, nessun sacrificio, nessun amore, nessuna prova sono in grado di fare qualcosa”.
Questo libro, scrisse Gershom Scholem, “fu un autentico grido nel vuoto, che sapeva di essere tale”. Wassermann muore nel 1934, appena in tempo per vedere Hitler salire al potere e scorgere l’imminente tragedia della Shoah. Una tragedia che Wassermann aveva intravisto nell’odio dei tedeschi e denunciato con orrore: “È come se solo presso i morti si potesse trovare giustizia dai vivi. Perché ciò che questi fanno è assolutamente intollerabile”.
Oggi le sue parole, allora cadute nel vuoto, possono essere utili per riaprire una discussione sull’antisemitismo che alberga nella coscienza di un’Europa libera e democratica, ma che al momento opportuno, oggi come ieri, sa essere intollerante e violenta.
Massimo Sestili
L’autore: Jakob Wassermann
Jakob Wassermann (Fürth, Baviera 1873 – Altaussee 1934), romanziere tedesco, raggiunse la notorietà nel 1928 con la pubblicazione di Der Fall Maurizius (Il caso Maurizius, Milano 1931; Roma 2001). Tra i suoi titoli pubblicati in Italia ricordiamo: Atzel Andergast (Milano 1932; 1974); Caspar Hauser o l’ignavia del cuore (Milano 1961; 1971) da cui Wernwr Herzog ha tratto nel 1974 il film L’enigma di Kaspar Hauser.
Quarta di copertina
“Non serve vivere per loro, morire per loro. Dicono: è un ebreo”. Questo scriveva, nella prima metà del XX secolo, Jakob Wassermann, uno dei più affermati scrittori di lingua tedesca, nel saggio autobiografico Mein Weg als Deutscher und Jude. Era tedesco, era ebreo – “l’una cosa in modo intenso e completo come l’altra, l’una inscindibile dall’altra”. Ma nel mondo in cui viveva essere l’uno e l’altro insieme gli era interdetto. “È come se solo presso i morti si potesse trovare giustizia dai vivi. Perché ciò che questi fanno è assolutamente intollerabile”. Un libro di accusa radicale, pubblicato per la prima volta nel 1921, dodici anni prima che in Germania i nazisti prendessero il potere e con ciò iniziasse lo sterminio degli ebrei d’Europa. Quello – scrisse Gershom Scholem – “fu un autentico grido nel vuoto, che sapeva di essere tale”.
Indice del volume
Non è presente.
L’editore
Il Melangolo, Via di Porta Soprana 3-1 Genova; www.ilmelangolo.com

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