I ragazzi di via Buonarroti 29

I ragazzi di via Buonarroti 29

martedì 21 luglio 2009

Leone Zingales - Paolo Borsellino


Leone Zingales, Paolo Borsellino. Una vita contro la mafia, Limina Edizioni 2005, pp.127, 13,50

“Il fresco profumo della libertà” di Massimo Sestili
Paolo Borsellino conosceva molto bene la sua Sicilia, una terra ‘bellissima’ e ‘disgraziata’ che amava con profonda passione. La conosceva e l’amava al punto tale da essere perfettamente cosciente che la sola repressione non era sufficiente a contrastare e sconfiggere la criminalità mafiosa. Una lucida e lungimirante consapevolezza che condivideva con l’amico Giovanni Falcone, suo stretto collaboratore nel pool antimafia di Palermo.

In occasione della veglia di preghiera che si svolse a Palermo la sera del 23 giugno 1992 per ricordare la terrificante strage di Capaci, dove persero la vita Giovanni Falcone e Francesca Morvillo (insieme agli agenti della scorta Rocco Di Cillo, Antonio Montanaro e Vito Schifani), Paolo, nel discorso pronunciato in un clima di generale commozione, affermava: “La lotta alla mafia (primo problema morale da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità”.
Queste parole così forti e sentite, pronunciate nel momento in cui aveva chiara la percezione che il prossimo bersaglio della mafia sarebbe stato lui, oggi ci vengono ricordate da Leone Zingales nel libro Paolo Borsellino: una vita contro la mafia (Limina, € 13,50); un ricco e ben strutturato volume che attraverso le preziose e toccanti testimonianze del figlio Manfredi Borsellino e dei magistrati Giuseppe Di Lello e Antonio Ingroia, ci consente di avvicinare e di apprezzare oltre che il magistrato antimafia, anche l’uomo semplice e gioioso legatissimo alla sua famiglia. Il curatore, inoltre, ha inserito una serie di documenti eccellenti per ricostruire l’itinerario ideale seguito da Paolo nella lotta alla mafia e ripropone alla nostra attenzione la polemica sui ‘professionisti dell’antimafia’, che si scatenò con l’articolo scritto da Leonardo Sciascia sul «Corriere della Sera» del 10 gennaio 1987.
L’idea che la mafia poteva essere sconfitta soprattutto attraverso un’opera di prevenzione, tale da consentire e accompagnare un ‘movimento culturale e morale’ della società civile, ha sempre ispirato l’azione di Paolo, il quale era fin troppo consapevole, nella sua assoluta onestà e rettitudine morale, che la mafia per sopravvivere ha bisogno di consenso sociale e politico. In un discorso tenuto a Palermo il 12 ottobre 1991 di fronte alle Forze di Polizia (Sicilia e criminalità. Quale strategia di prevenzione e repressione del reato), si chiedeva: “Che cosa è realmente la mafia? Istituzione che tende all’esercizio della sovranità. Esercizio di funzioni ‘pubbliche’. Servizi di ordine pubblico, giustizia, sicurezza (droga come accidente che la rende potentissima). In cambio esenzioni fiscali e tendenza all’appropriazione delle ricchezze che affluiscono sul territorio. Necessità, come per ogni istituzione che esercita potere di ricercare il consenso. Esistenza, ancora oggi, di consenso diffuso. Risoluzione del teorico conflitto con lo Stato mediante infiltrazione nelle istituzioni”.
Con scarne ma pesanti parole aggrediva i nodi centrali del problema, che sono da ricercare nel ‘consenso diffuso’ e nella ‘infiltrazione nelle istituzioni’ di cui la mafia gode ormai non solo nei territori che controlla, dove è in grado di sostituirsi allo Stato attraverso l’erogazioni di servizi, ma a livello nazionale e internazionale. E allora, di fronte a questa terribile realtà di una mafia che intossica la democrazia, inquina le istituzioni e blocca lo sviluppo economico sociale e culturale del sud del paese, cosa fare? Innanzitutto opera di prevenzione, ad iniziare dalla “recisione dei veicoli di infiltrazione” attraverso la “riforma degli enti locali, riforma degli appalti e dei sistemi di distribuzione delle risorse, riforme interne dei partiti”. Riforme (ipocritamente da più parti richieste, ma mai rese operative con il dovuto rigore e serietà) che, se attuate, avrebbero sicuramente dato più forza e consenso all’azione del pool antimafia, avrebbero maggiormente avvicinato i magistrati alla società civile, evitando così quell’isolamento che li doveva condurre alla morte.
Tuttavia, Paolo, in quell’occasione, individuava anche piccoli segnali positivi che a suo giudizio andavano incoraggiati, come l’“autoregolamentazione dei partiti, (la) riforma dei sistemi elettorali che evitino le occupazioni di lobby e fazioni, (gli) ispettori regionali dell’antimafia”. E, nel contempo, affermava chiaramente l’urgenza di sostenere la “rivoluzione culturale che è in atto. Oggi di mafia si parla e si discute. Le giovani generazioni la rifiutano. Gli imprenditori si ribellano. Il ruolo dei partiti, così come oggi è, è messo in discussione (altrimenti le leghe arriveranno anche qui)”.
Per Paolo dunque, nel contrasto alla criminalità organizzata, non erano una soluzione né la militarizzazione del territorio né leggi speciali o eccezionali. L’elemento repressivo, sicuramente importante quando si tratta di lotta alla mafia, doveva avere “un ruolo dissuasivo per i potenziali criminali e crea [re] quelle condizioni di sicurezza che spingono a cercare nello Stato il soddisfacimento dei servizi anziché rivolgersi a istituzioni alternative. E già questo toglie consenso alla mafia e se toglie consenso toglie potere”.
Per quanto concerne l’attività investigativa, aveva altre due costanti preoccupazioni. Una riguardava la difesa dell’esperienza del pool antimafia, iniziata con Rocco Chinnici e proseguita con Antonino Caponnetto. “Non è possibile continuare a fare seriamente investigazioni antimafia - affermava - senza un serio coordinamento tra coloro che ne sono i soggetti”. La scomparsa della figura del Giudice Istruttore, prevista nel nuovo Codice di Procedura Penale, poteva significare la dispersione di un importantissimo patrimonio di esperienze accumulato negli anni. La seconda riguardava i collaboratori di giustizia che con le loro dichiarazioni avevano dato un contributo fondamentale alla conoscenza di Cosa nostra. “I cittadini - affermava - devono avere la consapevole certezza che lo Stato si farà carico di garantire la loro sicurezza personale anche dopo che essi avranno esaurito il loro ruolo processuale”.
Di questa sua inestimabile passione civile, che lo rendeva estremamente sensibile alle esigenze anche materiali dei collaboratori di giustizia, rimangono le ultime parole di Paolo in una lettera che scrisse la mattina della domenica del 19 luglio 1992 ad una professoressa di Padova: “Sono ottimista perché vedo che verso di essa [la mafia] i giovani, siciliani e non, hanno oggi un’attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”. Il pomeriggio di quella domenica, Paolo e gli agenti della sua scorta, morivano nell’attentato di via D’Amelio.
L’ottimismo e la speranza, oggi, tornano attuali con la rivolta morale dei ragazzi di Locri. Quel ‘movimento culturale e morale’ tanto auspicato da Paolo, dopo anni di assordante silenzio, è ripreso. Un movimento generale della società civile che ha portato alla candidatura in Sicilia di Rita Borsellino e alla presenza, sul territorio italiano, di tante cooperative di giovani che lavorano e producono sui beni confiscati ai mafiosi, grazie all’azione di Libera (Associazioni, nomi e numeri contro le mafie) di cui è presidente Luigi Ciotti.
Massimo Sestili
L’autore: Leone Zingales
Leone Zingales è nato a Palermo nel 1960. Giornalista professionista, vanta esperienze in campo radiotelevisivo e oggi collabora con il quotidiano «La Sicilia» e con l’agenzia Ansa. Attualmente ricopre la carica di presidente del gruppo siciliano dell’UNCI, Unione Nazionale dei Cronisti Italiani, ed è componente della Giunta nazionale dello stesso organismo. Cavaliere Ufficiale al Merito della Repubblica italiana, ha pubblicato numerosi libri sulla mafia e la criminalità organizzata in Italia. Nel dicembre del 2004 ha pubblicato il suo primo libro di poesie.
Quarta di copertina
“Sono ottimista perché vedo che verso di essa (la mafia, ndr) i giovani, siciliani e non, hanno oggi un’attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”.
Paolo Borsellino
Indice del volume
Premessa. Breve biografia di Paolo Borsellino. Gli eroi dell’Ufficio istruzione di Palermo. Il giudice Giuseppe Di Lello ricorda Paolo Borsellino. Interventi in convegni e incontri con le scuole. Il ruolo del PM con il nuovo Codice (Marsala 1987). Sicilia e criminalità. Quale strategia di prevenzione e repressione del reato (Palermo 1991). Problematiche connesse ai collaboratori di giustizia (Roma 1992). Le direttive del Procuratore Nazionale Antimafia e il funzionamento delle Procure (Torino 1992). Album fotografico. I sogni, la famiglia, il lavoro. Paolo Borsellino raccontato dal figlio Manfredi. I professionisti dell’antimafia. La polemica tra Leonardo Sciascia e Paolo Borsellino. La risposta di Borsellino. Ancora polemiche e commenti dopo l’articolo di Sciascia. Il carteggio tra Paolo Borsellino e Atonia Setti Carraro. La pace tra Sciascia e Borsellino. Paolo Borsellino ricorda Giovanni Falcone (Palermo, 23 giugno 1992). I «fedelissimi allievi». La testimonianza del magistrato Antonio Ingoia.
L’editore
Limina Edizioni srl – Via Margaritone 32/1, Arezzo – tel. 0575333010 – fax 0575 399084
www.liminaedizioni.it e-mail info@liminaedizioni.it

Nessun commento: